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passaggi epistemologici e transiti culturali

Annalisa Oboe


We are, so to speak, of the connections, not outside and beyond them
.
Edward Said, Culture and Imperialism (1993)

...perhaps that is what the new is all about – an era of unremitting crossings.
Zoë Wicomb, Playing in the Light (2006)

kentridge porter© William Kentridge, Porter with Chairs

1. il mondo come orizzonte, da qui e ora

In un’epoca di incroci incessanti e di poetiche della relazione, come studiosa di letterature e culture anglofone ho avuto il privilegio di guardare al mondo, al farsi delle letterature postcoloniali su quattro continenti, e di incontrare forme della letteratura contemporanea che hanno cambiato per sempre il modo di pensare non solo alla scrittura letteraria, ma alla storia, alla cultura, al vivere, al nostro essere nel mondo. Mi sono confrontata con quello che succede là fuori, oltre i confini nazionali, e questa esperienza sostiene la mia convinzione che, proprio in quanto intellettuali che si interrogano sul farsi della contemporaneità, dobbiamo avere il mondo come orizzonte.

Oggi non solo la letteratura ma anche la teoria critica è disseminata a livello globale. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un invito continuo ad aprire i confini e a pensare globally, tanto che è possibile dire che il pensiero critico si è fatto via via meno ‘provinciale’, essendosi in certa misura affrancato da aree e strutture egemoniche di produzione del sapere. Oggi i grandi dibattiti accademici spesso avvengono al di fuori dei centri metropolitani, creando flussi alternativi rispetto ai centri canonici collocati nel nord o nell’ovest del mondo. Gli studi postcoloniali, la teoria critica ma anche la scrittura e le arti – che costituiscono una zona di produzione culturale e di riflessione intellettuale che non può che essere definita ‘transnazionale’ o ‘globale’ – sono state in prima linea nel processo di smantellamento radicale di confini critici e disciplinari.

Sebbene non sia possibile affermare che la disseminazione del pensiero critico abbia portato una prospettiva transculturale e transdisciplinare nella ricerca e nel sapere occidentale, soprattutto in ambito umanistico e in particolare in Italia, si è tuttavia creata la possibilità oggi, più che in ogni altro momento storico, di pensare al mondo in cui viviamo nella sua interezza, da una prospettiva in cui il globo diventa casa, e in cui il globo diventa anche metodo: il mondo come casa e come metodo è un luogo della cultura e della storia che si può studiare da qui o da qualsiasi altro posto, dalla Cina, dal Brasile o dall’Africa, senza cadere in forme di cosmopolitismo ingenuo. Questo nella convinzione che sia il mondo l’orizzonte in cui è necessario muoversi, e che nella ‘circolazione’ globale ci siano opportunità per studiare anche l’Italia in modi che forse non erano possibili fino a poco tempo fa. Anche qui, forse grazie alla crisi, alle migrazioni e all’inaridirsi dei nostri archivi culturali, abbiamo finalmente cominciato a pensare che il perimetro disegnato dallo stivale non ci rappresenta più.

Ma se da un lato il parlare da un posto specifico, vivere radicati in un luogo preciso sembra invocare modi obsoleti di pensare, scrivere e produrre conoscenza, dall’altro va riconosciuto che le culture e le società non vivono in un globo astratto, bensì rimangono legate al territorio e alla storia, alle forze formative dello spazio e del tempo, e quel legame è un tratto importante che ci dice di come una cultura funziona qui, piuttosto che o in un altro posto, pur nella consapevolezza dell’imprescindibile dialettica – non lineare e temporalmente complessa – fra interno ed esterno, locale e globale. Il fatto che viviamo qui e parliamo da qui in parte definisce la nostra posizione intellettuale; al tempo stesso però, come studiosi di postcoloniale, possiamo interrogare questo luogo e questo tempo attraverso strumenti di analisi critica che sappiamo essere efficaci proprio quando incrociano e inflettono altri saperi e altre pratiche. Possiamo chiederci cosa significa fare il postcoloniale qui e da qui, che rilevanza può avere per il dibattito culturale contemporaneo.

2. una grammatica comune

Lo studio sulla ricezione e le possibili declinazioni degli studi postcoloniali in Italia, avviato con questi interventi, vuole essere un’indagine critica sullo sviluppo di idee, temi, modi e pratiche di ricerca in ambiti di studio accademico e di riflessione culturale che a vario titolo invocano, usano implicitamente o più decisamente abbracciano una prospettiva postcoloniale. I contributi riuniti in questa pagina del sito di postcolonialitalia offrono una riflessione in fieri su come il dibattito teorico-critico iniziato in ambito anglo-americano ha intercettato i vari saperi che sono interesse di ricerca di ciascuno dei partecipanti al progetto, nonché sulle potenziali zone di contatto interdisciplinare che questo tipo di studi dovrebbe per sua natura promuovere.

All’origine della ricerca non sta tanto un desiderio di sistematizzazione (una della poche certezze degli studi postcoloniali è il sospetto critico nei confronti di qualsiasi schema classificatorio) quanto la necessità di scardinare una tradizione tutta italiana di protezione dei confini disciplinari che argina le possibilità di confronto ed eventuale condivisione transdisciplinare di criteri d’indagine e di produzione di significato, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali, che permetterebbero di (ri)aprire i luoghi del sapere, della cultura e della politica.

L‘indagine si colloca in una prospettiva storico-concettuale volta a identificare i momenti e i modi di appropriazione del paradigma postcoloniale all’interno di diversi ambiti discorsivi e disciplinari locali. Ciò significa non soltanto considerare le tematiche di studio che esso ha stimolato, o gli ambiti d’intervento che ha permesso di affrontare in modo nuovo; significa anche esaminare l’impatto metodologico e le tipologie d’intervento critico che ha incoraggiato. Dovrebbe inoltre permettere di individuare i tempi e i modi in cui studiosi (critici e teorici) italiani hanno contribuito al panorama locale e globale degli studi postcoloniali.

Le domande che sottendono a questa prima fase del lavoro inseguono una sorta di genealogia del postcoloniale in Italia, e intendono stimolare una riflessione comparativa su quanto è avvenuto e avviene:
Cosa significa ‘postcoloniale’ nei diversi ambiti disciplinari?
Quando è iniziata la ricezione della teoria postcoloniale in ciascun settore?
In quali sedi/università/luoghi della cultura?
Quali opere/autori del postcoloniale sono stati più influenti?
Quali sono i concetti che sono stati recepiti e maggiormente usati?
Qual è stato l’impatto della teoria postcoloniale su temi e ambiti d’intervento, su metodi e pratiche analitiche?
Come si è sviluppato nel tempo l’approccio/sguardo postcoloniale in ambito disciplinare?
Quali risultati ha prodotto? (studi principali, scuole, sinergie …)
Cosa si sta facendo ora?
È rinvenibile un modo di ‘fare il postcoloniale’ che sia italiano?

3. confini (s)bloccati

La ricerca si nutre del confronto con studi già in atto in vari paesi europei, in particolare con analisi recenti dell’impatto degli studi postcoloniali in ambito francese, dove letture conflittuali della natura, funzione e significati degli studi postcoloniali vanno di pari passo non solo con una resistenza tutta francese a forme di pensiero e pratiche critiche di matrice anglosassone, ma soprattutto con prese di posizione divergenti sulle spinose questioni razziali al cuore del centro metropolitano e con i problemi dell’immigrazione e della cittadinanza che riguardano non solo la Francia ma l’Europa intera. In un saggio importante su queste questioni, il filosofo politico Achille Mbembe ridireziona per la Francia il famoso intervento dello storico bengalese e studioso di teoria postcoloniale Dipesh Chakrabarty (Provincializzare l’Europa, 2000) sulla necessità di ‘rinnovare’ il pensiero europeo della modernità a partire dai margini e dalle periferie, e chiede se non sia finalmente venuto il momento di voltare le spalle al quadro fortemente provinciale dei dibattiti parigini, che mantengono un approccio protezionista a stretta difesa di obsoleti confini disciplinari e di narrazioni ‘autentiche’ della storia repubblicana.1

Un interrogativo simile dovrebbe riguardare sia la situazione delle scienze umane e sociali in Italia, dove il frazionamento e la protezione dei confini disciplinari sono profondamente radicati, sia il modo in cui gli studi postcoloniali frequentano a tutt’oggi solo i margini di tali discipline senza veramente innervarle e replicandone, per contro, la resistenza al dialogo transdisciplinare. Già negli anni ’30 del Novecento Antonio Gramsci aveva identificato come pernicioso e specificamente italiano questo modo settario di concepire lo studio disciplinare, criticando la persistente autoreferenzialità del sapere accademico,2 e non sembra che nel frattempo la situazione sia molto cambiata. La teoria critica postcoloniale e le pratiche ad essa connesse, sebbene fertilizzino una pluralità di discipline, hanno finora riprodotto questa cattiva abitudine italiana.

Ciò significa che non esiste una comprensione profonda e condivisa di cosa significhi ‘postcoloniale’, anche da parte di studiosi che sono attenti ai dibattiti contemporanei – nella filosofia politica, nella teoria letteraria o nella comparatistica, per esempio – per cui il raggio d’azione di questi studi risulta ancora circoscritto. A ciò si aggiunge il fatto che spesso, in assenza di un’attenzione teorica specifica, dentro e fuori le università e i centri del sapere, si ‘usa’ il postcoloniale senza saperlo, si ‘fa’ il postcoloniale senza saperlo, senza una cognizione criticamente attiva di derivazioni, implicazioni, significati e loro potenziale impatto sulla produzione di conoscenza, arte, cultura e storia. Si può dire dunque che in Italia, a fianco di un postcoloniale ‘marginale’, esistano forme di postcoloniale ‘inconsapevole’, che sono in realtà molto interessanti ma troppo spesso altrettanto invisibili. Sommando le due cose, si potrebbe dire provocatoriamente che in Italia il postcoloniale non esiste, oppure, in modo più propositivo, che esiste e deve essere reso visibile perché intercetti il nostro immaginario culturale. Serve quindi mobilizzare un insieme di realtà diverse, accademiche e non, metterle in comunicazione e farle dialogare, secondo le intenzioni di questo progetto, per tracciare le storie e le genealogie di una varietà di discorsi locali e connetterli a dialoghi transdisciplinari e flussi transnazionali, contribuendo così a de-provincializzare l’Italia.

Nel nostro paese, inoltre, la riflessione sul passato coloniale e sul presente dei flussi migratori che interessano la penisola non animano visibilmente il dibattito storico, sociale e politico,3 e si fatica ancora a prendere atto di nuove articolazioni culturali che potenzialmente scardinano idee obsolete di italianità e variamente sollecitano un’immagine del paese come di un luogo “in/di transito”, con una geografia politica, economica, umana e intellettuale che dovrebbe ridefinire l’immaginario stesso del luogo e dei suoi abitanti. Nel presente xenofobo della provincia italiana, in certe forme di chiusura intellettuale e disciplinare, in sentimenti popolari di rifiuto del diverso, e a fronte di veri e propri crimini a sfondo razziale che indicano una crescente razzializzazione dello spazio sociale, urgono interventi di (ri)apertura del sapere, della cultura, della politica e della storia.

Pur dal disordine caotico che li contraddistingue, e forse proprio per la loro natura frammentaria e non sistematica, gli studi postcoloniali possono offrire strumenti per rileggere il Novecento italiano, in particolare dal secondo dopoguerra a oggi, e sollecitare una rilettura contrappuntistica (contrapuntal reading) dello stesso, secondo quanto proponeva Edward Said in Cultura e imperialismo – una lettura cioè che individui le reticenze, le elisioni e le complicità con il discorso coloniale dei discorsi (filosofici, politici, culturali, letterari) che hanno accompagnato la storia identitaria del paese e incoraggiato rappresentazioni ‘perimetrate’ del sé nazionale – rappresentazioni che ignorano o minimizzano non solo contiguità e continuità fra metropoli e colonie durante e dopo l’esperienza di conquista africana, ma anche la riconfigurazione del paese sotto la spinta di partenze e ritorni di più generazioni di migranti italiani e, dagli anni Novanta in poi, l’impatto con altri mondi sbarcati sulle nostre coste, aperte per natura alle correnti mediterranee ma pensate come non negoziabili da una cultura peninsulare chiusa all’accoglienza e cieca alla presenza dell’altro nella sua stessa storia.

Perché parlare di postcoloniale significa mettere a fuoco “il rimescolamento delle storie e la concatenazione dei mondi” (“l’entremêlement des histoires et la concaténation des mondes” – Mbembe, “Pensare Oltre” 89) attraverso lenti epistemologiche che, seppur instabili perché sensibili a contingenze storiche e a pratiche politiche e culturali diverse, sono utili per leggere fenomeni di transizione, ibridazione e traduzione delle culture, per individuare le resistenze al ‘diverso’ e al ‘nuovo’ nelle tradizioni nazionali, promuovere il decentramento dello sguardo storico e tracciare l’affioramento di nuove soggettività. Non sorprende dunque che nel suo essere critica culturale attenta alla contemporaneità, il postcoloniale chieda all’intellettuale e allo scrittore di essere nel mondo, di essere ‘worldly’, come suggeriva Edward Said,4 non solo per produrre conoscenza su quanto è accaduto, ma anche per promuovere l’a-venire.

4. leggere pericolosamente

Un esempio di questa tensione, che si nutre di resistenza e superamento, è rinvenibile in un saggio recente della scrittrice haitiana-americana Edwige Danticat che si intitola Create Dangerously. The Immigrant Artist at Work (2010), e che segnalo qui perché riferibile nei contenuti a un numero sempre crescente di interventi creativi di scrittori, registi, artisti che operano oggi in Italia. Il titolo è una citazione dal testo dell’ultima conferenza pubblicata da Albert Camus. “To create today is to create dangerously,” diceva lo scrittore francese in quel discorso di fine anni Cinquanta (4):5 l’artista deve assumersi il rischio di creare nonostante le imperfezioni della condizione umana e del mondo, e assumere queste imperfezioni a fondamento di una scrittura coraggiosa, che spinge in là il limite. E Danticat aggiunge: “Create dangerously, for people who read dangerously. This is what I’ve always thought it meant to be a writer. […] to create dangerously is also to create fearlessly, boldly embracing the public and private terrors that would silence us, then bravely moving forward even when it feels as though we are chasing or being chased by ghosts” (10, 48).6

È questo “bravely moving forward”, nonostante il terrore e i fantasmi, che mi interessa – le poetiche e le politiche del futuro dello scrittore e del lettore, dall’interno di un presente distopico e un assetto globale profondamente asimmetrico, che affonda le radici nella storia degli imperi coloniali, nella violenza della discriminazione razziale, nella iniqua distribuzione del potere, e che è ancora al cuore della scrittura e della critica postcoloniale.

Negli ultimi cinquant’anni anche l’Europa è stata investita dai cambiamenti che essa stessa ha messo in moto nel resto del mondo moderno, ed è diventata ‘postcoloniale’. Come dice lo scrittore inglese di origine caraibica Caryl Phillips nell’ultima raccolta di saggi suggestivamente intitolata Color Me English (2011), bisogna prendere atto che dal secondo dopoguerra ad oggi “the coloring of Britain, and Europe” – la ‘colorazione’ del continente sotto la spinta di ondate crescenti di immigrazione seguite alle decolonizzazioni – è avvenuta ed è irreversibile. Questo però non ha cancellato le linee di conflitto che la teoria critica postcoloniale evidenzia, e che nel frattempo sono state complicate, in nome della sicurezza e della crisi, da intolleranze per pratiche religiose e culturali percepite e rappresentate come inaccettabili o inconciliabili. Invece un cambiamento così radicale del mondo come quello avvenuto nell’ultimo mezzo secolo, e più di recente in Italia, richiederebbe una riarticolazione della vita pubblica nel senso di una post-razzialità poli-culturale, che in particolare la letteratura da tempo segnala.7 Rendere udibile la voce, visibile il colore – e mescolare le voci e i colori delle storie e dei soggetti – significherebbe riformulare i concetti di cultura e identità, nazione e memoria lungo le faglie dell’ibridazione, della negoziazione e della resistenza. Significherebbe ridefinire anche per il nostro paese i tempi e gli spazi dell’oggi, non più contenibili nelle forme erose dello stivale.

1. Il saggio di Mbembe, “Faut-il provincialiser la France?”, è pubblicato in traduzione italiana come “Pensare oltre. Perché è utile la prospettiva postcoloniale” in aut aut 354, aprile-giugno 2012, pp. 89-135. Si veda anche la mia introduzione, “Sull'invito a ‘pensare oltre’ di Achille Mbembe”, pp. 82-88.

2. Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Q 12 (1932), consultabile su http://gramscisource.org.

3. Nonostante il mirabile lavoro di studiosi di storia dell’Africa, fra cui Carlo Zaghi, Angelo Del Boca, Nicola Labanca, Alessandro Triulzi, Gianpaolo Calchi Novati, e di una nuovissima generazione di storici che fanno capo all’ASAI (Associazione per gli Studi Africani in Italia).

4. L’autore di Orientalism (1978), uno dei testi fondanti del discorso teorico postcoloniale, sviluppa il concetto di ‘worldliness’ in The World, the Text, and the Critic (1983), in cui afferma la necessità di un approccio critico alla contemporaneità che sia politicamente consapevole.

5. Albert Camus, An Excerpt from a Lecture "Create Dangerously": Given at the University of Uppsala in December 1957. Pittsburgh: New Laboratory Press, 1963.

6. Edwige Danticat, Create Dangerously. The Immigrant Artist at Work. Princeton: Princeton University Press, 2010.

7. È utile leggere quanto succede in Italia in termini comparativi, nel confronto con il dibattito in corso in altre realtà europee che si sono confrontate in modo preciso, e per tempo, con i cambiamenti in atto ora nel nostro paese. Si veda per esempio il dibattito Black Britain: Beyond Definition nella rivista Wasafiri, Winter 2010, a cura di Bernardine Evaristo e Karen McCarthy Woolf, in cui è presente l’interessante rassegna critica di John McLeod, “Extra Dimensions, New Routines. Contemporary Black Writing of Britain”, pp. 45-52.

 

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pubblicato il 17 febbraio 2014