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per Said, contro Said

fra critica letteraria e italianistica contemporanea

Emanuele Zinato

Said 390x533Edward Said

L’esperienza d’incontro con la prospettiva postcoloniale delle discipline che il mio campo di lavoro maggiormente attraversa (la critica letteraria e l’italianistica contemporanea) è qui bipartita in due grappoli di questioni dialetticamente opposte, titolate rispettivamente per Said e contro Said. Credo che in questo modo si possa dar conto della contrastata e non lineare irradiazione di alcune parole-chiave (come esilio, identità, rappresentazione, contrappunto, discorso), nel tentativo di misurare il vasto terreno comune fra studi postcoloniali e prospettive critico-filologiche.

1. per Said: Auerbach e l’umanesimo esule

Una cattiva reazione all’impatto degli studi postcoloniali ha talvolta finito con l’esaltare la nozione di identità. Da questo snodo concettuale, si delineano infatti alcuni Pro o Contro. Contro l’identità (2007) è un titolo dell’antropologo culturale Francesco Remotti, ma nella sua autobiografia (Anni interessanti, 2002), anche Eric Hobsbawm si è pronunciato contro la tendenza a parlare in nome di un’identità avversa a altre identità, etniche o sessuali: “l’identità”, dice, implica “la non identificazione con l’altro. Essa conduce al disastro” (458). La stessa insistenza sull’Altro interculturale – speculare alle diffuse diffidenze razziste e identitarie – è stata del resto vista come un dispositivo di trasfigurazione discorsiva dei migranti da Walter Baroni in un recentissimo libro dal titolo Contro l’intercultura (2013).

A ben guardare, Edward Said, forse la voce teorico-critica di gran lunga più importante nell’orizzonte postcoloniale, a dispetto della rigida forbice identità vs. intercultura, ha mantenuto una propria lunga fedeltà – non diversamente da Hobsbawm – alla prospettiva umanistica, a un disegno culturale, cioè, che rifiuta il particolarismo e che tende, magari fuori tempo massimo, alla totalità, all’universale. L’esilio dell’umanesimo (e della critica che, da Lorenzo Valla in poi, dell’umanesimo è il cuore) – il concetto stesso di esilio – in Said non è che la paradossale riaffermazione o rifondazione dell’umanesimo (cfr. Luperini). Il motto che sintetizza il programma di Said è infatti “criticare l’umanesimo in nome dell’umanesimo” (Umanesimo 40). Said sembra insomma moltiplicare su scala globale ciò che, su scala europea, constatava il frammento 18 dei Minima moralia, in cui Adorno parla di tramonto della casa e dell’interiorità: “fa parte della morale”, scrive, “non sentirsi mai a casa propria” (35).

È questo campo di tensioni, a mio parere, il terreno d’incontro possibile e futuro fra studi postcoloniali e critica letteraria tradizionalmente intesa, prefigurato dal dialogo intrecciato da Said con uno dei più fertili e autorevoli maestri della critica europea del Novecento: Erich Auerbach. Said riflette sul tema dell’esilio, e sulla condizione dell’intellettuale. Osserva in particolare che si può parlare di esilio reale per quegli scrittori che l’hanno vissuto ai tempi del nazismo (Thomas Mann, Leo Spitzer, Theodor Adorno, e appunto Auerbach) e di esilio metaforico, per chi sperimenta oggi una condizione di estraneità, anche pur restando in patria. Dunque: riflettere sulle possibili compenetrazioni fra i rispettivi metodi di Auerbach e di Said è, a mio parere, il modo migliore per aprire nuove prospettive non superficiali in sede critica e teorica, desumendole dall’incrocio fra filologia neolatina e romanza e sguardo critico globale, postcoloniale (cfr. Guerriero). Ovviamente tale operazione è da compiersi non trascurando le profonde diversità tra i due critici: la concezione diversa dello ‘specifico letterario’ e il diverso contesto in cui operano.

Said ignora Auerbach nei libri più celebri e più citati, in Orientalismo (1978) e in Cultura e Imperialismo (1993), ma gli dedica pagine acute sia a proposito del ‘punto di partenza’ nel saggio teorico Beginnings (1975) che nel capitolo introduttivo di The World, the Text and the Critic (1983). Mimesis è per il teorico palestinese “l’opera umanistica più grande e autorevole della prima metà del Novecento” (The World, the Text, and the Critic 5) e i metodi dei due critici sono avvicinabili anche per il comune riferimento a Vico. Infine, in Umanesimo e critica democratica, il suo libro testamentario, lo spazio centrale è occupato dall’introduzione a Mimesis scritta da Said per l’edizione inglese del cinquantenario.

In Auerbach, l’indagine filologica per Said porta a una conoscenza che non è né oggettiva, logocentrica o positivista né relativistica o illusoria. L’acquisizione ermeneutica che l’interprete abbia accesso a rappresentazioni e non a realtà, non significa automaticamente che tutte le rappresentazioni si equivalgano. Le rappresentazioni di maggior valore possono essere figura di un’epoca, nella terminologia di Auerbach, o costruzioni di un atteggiamento di un’epoca, secondo Said. In entrambi, le rappresentazioni sono in un rapporto dialettico con noi, qui e ora. In Said è presente tuttavia la consapevolezza del carattere violento, egemonico e politico delle rappresentazioni (l’invenzione dell’Oriente a esempio da parte dei colonizzatori). Se in entrambi è presente il bisogno di una nuova storicità non storicista, Said trasferisce la discontinuità e frammentarietà stilistica e storico-temporale occidentale di Auerbach su un piano geografico e spaziale potenzialmente planetario.

Se il metodo del contrappunto di Said è dunque assente nell’opera di Auerbach, radicata a una prospettiva europeista, è possibile affermare che entrambi, con un’operazione di parzialità interpretativa e pluriprospettica, cercano nelle opere quello che non c’è. Per entrambi infatti il mondo è presente nel testo solo in modo occultato: “nel realismo antico non vengono messe in luce le forze sociali”, “Goethe non ha rappresentato la realtà della vita sociale del suo tempo dinamicamente (Auerbach, Mimesis); “il testo implica, forse anche incorpora, rappresenta qualcosa, ma non lo svela. In fondo questa è una dottrina gnostica del testo e da qui la necessità di un’analisi antinomica e oppositiva” (Said, The World, the Text, and the Critic 184). Il palestinese americano studia in tal modo il metodo dell’ebreo esule e lo irradia su un piano spaziale e utopico. Secondo Said, Auerbach, proprio perché ricostruisce per frammenti le linee della letteratura occidentale, in situazione, stando a Istanbul, in esilio, entro l’apocalisse della guerra mondiale, può scrivere utopicamente “la nostra casa filologica è la terra, non può più essere la nazione” (Auerbach, Filologia 191). Entrambi i critici, non a caso, usano il noi: il pronome di chi ha per patria la terra e che indica l’utopia dell’unità del genere umano (cfr. Baratta).

Guardando infine al ristretto campo dell’italianistica, l’esilio come situazione metaforica e come sguardo decentrato, può produrre studi e letture interessanti non solo, come si può supporre, delle letterature migranti dai paesi ex colonie italiane (il Corno d’Africa, l’Albania o la Libia) ma anche di rappresentazioni letterarie delle migrazioni e delle mutazioni interne. All’interno cioè di quell’interessantissimo laboratorio antropologico mutante e ibrido costituito dalla ‘landa sconosciuta’ che chiamiamo modernizzazione italiana. Solo a titolo di esempio, in Libera nos a Malo di Luigi Meneghello come in Cent’anni di solitudine, ci sono sequenze emblematiche che narrano il traumatico-meraviglioso impatto di una microcomunità con la modernità. E i giochi linguistici e dialettali gustosissimi del testo non sono il prodotto di una immedesimazione con quel mondo o una mimesi. Come accade in molti scrittori delle periferie, anche in Meneghello prevale una modalità discorsiva ironica, sospesa tra istanza e identificazione, debitrice del dispatrio inglese dell’autore.

Analogamente, i libri dell’espatriato marchigiano Luigi Di Ruscio (Palmiro, 1987, e Cristi polverizzati, 2011), uno scrittore fermano emigrato in Norvegia, con analoghi giochi linguistici e con la strategia della digressione permanente, svelano e decostruiscono l’inconscio collettivo degli italiani. Ci vuole insomma la scrittura straniante di un pirotecnico professore vicentino emigrato a Reading o di un poeta-operaio blasfemo, che scrive da Oslo, per ricordarci, con una lingua ludica e con la memoria dell’ infanzia, i nostri segreti delitti e le nostre pene.

2. contro Said: la non equivalenza tra letteratura e il discorso dell’imperialismo

L’adozione da Foucault del concetto di discorso impedisce a Said di distinguere tra tipologie di testi, considerando equivalenti “non solo testi teorici ed eruditi, ma anche opere letterarie, trattati politici, testi giornalistici, diari di viaggio, studi filologici e religiosi [...] in base all’idea che testi dei generi più diversi possano essere eloquenti e informativi” (Cultura e imperialismo 31-32). Così, per Said, un romanzo come Cuore di tenebra è “parte del tentativo europeo di controllare, pensare e fare progetti su quel continente di partecipare alla battaglia per la sua conquista” (93). Analogamente, a proposito dell’Aida di Verdi, Said scrive: “L’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma che è parte del dominio imperiale” (140).

Se non c’è dubbio che molti testi geografici, antropologici, sociologici e letterari occidentali recano tracce profonde dell’ideologia coloniale, tuttavia il disegno ideologico che sottendono le opere della letteratura europea dell’età dell’imperialismo non è mai univoco: se fosse così, perché continuano a piacerci Kipling, Conrad e gli altri scrittori orientalisti mentre difficilmente gradiremmo un trattato etnografico o geografico di epoca vittoriana? La risposta di Said a questa domanda è superficiale e trascura la questione capitale del piacere e della messa in forma estetica (cfr. Brugnolo): Said infatti si limita a constatare che quei romanzieri, al di là delle loro idee, scrivevano bene. Dopo aver smascherato il colonialismo e il razzismo di Kipling, Said scrive che “Una delle ragioni della forza di Kipling è nell’essere stato un artista di enorme talento” (Cultura e imperialismo 176).

Se si considerano i testi letterari come la sede di un ritorno del represso e non solo come la pura ratificazione del discorso egemonico (cfr. Orlando, Per una teoria 25-35), occorrerà ammettere che dietro la facciata conformistica di tante opere canoniche dell’occidente traspare, spesso malgrado le ideologie autoriali, la controparte trasgressiva e utopica, la voce contro-egemonica, il rovescio del discorso dominante. Per spiegare come possano i testi letterari ‘coloniali’ negare le premesse ideologiche su cui pure si reggono, Stefano Brugnolo si è di recente soffermato su un racconto di Kipling: Lispeth. La protagonista, Lispeth, è una ‘selvaggia’ orfana, educata da due inglesi e innamorata di un giovane inglese, che quando conosce la verità, e cioèche un inglese non poteva sposare una nativa, ha una reazione di una fierezza così straordinaria da collocarsi, agli occhi del lettore, eticamente molto al di sopra degli inglesi. Questo racconto è di certo ispirato alle convinzioni razziste di Kipling, e cioè alla sua idea che non si dovessero incoraggiare illusioni di uguaglianza e mescolanza razziale. E tuttavia, “questo tema è quasi completamente oscurato dalla sua ammirazione per la ragazza e la sua evidente insistenza sulla sua superiorità nei confronti dei suoi custodi inglesi” (McClure 562). “Insomma, Kipling è così interessato all’esperienza di Lispeth, e ci coinvolge così tanto nel suo vissuto, che noi ci dimentichiamo dei presupposti e sottointesi ideologici del suo racconto, e sentiamo che tutte le ragioni sono dalla parte della savage girl" (Brugnolo 6).

Per tornare infine al campo dell’italianistica, a proposito della non equivalenza fra discorso imperialistico e testo letterario, basti un esempio per tutti: le letture incentrate sul tema dell’alterità dell’epica rinascimentale e della Gerusalemme in particolare, compiute da parte di Sergio Zatti e David Quint (Zatti). Queste interpretazioni non approdano affatto alla nuda registrazione dell’ideologia eurocentrica dell’autore. Tasso apparentemente ragiona come un ‘imperialista’ e bolla come mostruosa e cannibale ogni alterità (islamica o amerinda), proseguendo una tradizione che da Plinio e dal Romanzo d’Alessandro arriva a Ariosto (gli ‘altri’ come Cinocefali antropofagi), ma indirettamente dà voce – in filigrana, in negativo – al rimosso ‘corporeo’ occidentale, al codice rinascimentale represso: l’empietà, la trasgressione sessuale, il codice del piacere, posti fuori dai confini delle colonne d’Ercole, non smettono di presentarsi come attraenti e ambivalenti.

La letteratura, caparbiamente ambigua, dunque, non può essere trattata solo come uno dei discorsi del dominio perché al momento della ricezione si rivela come un campo critico e cangiante, capace di confermare e di smascherare il volto tendenzioso di ogni ideologia. Declassare le grandi opere della letteratura occidentale, ritenute ‘sessiste’ o ‘eurocentriche’, non aiuta insomma risolvere il loro enigma. Lascia del tutto in ombra la verifica del grado di ritorno del represso tematico o formale che il testo potrebbe rivelarci, l’ambiguità di senso rispetto ai discorsi univocamente ideologici, la vocazione a un tempo conservatrice ed eversiva dei grandi testi letterari, la loro plurivocità, capace di dar fiato a ciò che l’ideologia proibisce o nasconde, la capacità di fare i conti con le dimensioni universali della corporeità, del desiderio, della morte.1

I classici godono di una “serenità solo apparente” e hanno con la nostra epoca un rapporto perturbante, di familiarità e di estraneità. La loro riduzione a catalogo di ideologie dominanti cui contrapporre i ‘discorsi’ subalterni ne oblia la specifica carica spettrale trasferendo la memoria storica “interamente nell’inconscio e producendo nevrosi culturali” (Guglielmi, “Letteratura” 90). I grandi testi infatti non solo rispecchiano la condizione di dominio, ma ne rivelano anche le contraddizioni, rappresentano un trascendimento della situazione data. Essi sono drammatici, aporetici, non solidali con il potere. Basta leggerli nelle loro nervature più segrete (cfr. Orlando, L’Altro). L’incontro tra la più avvertita tradizione critica e l’orizzonte postcoloniale ha, a mio parere, in queste segrete nervature l’oggetto di una sfida interpretativa che ridisegna e rivivifica i paradigmi epistemologici, i protocolli, gli archivi e gli statuti di entrambe le prospettive, entro uno sguardo globale che ci riguarda tutti in quanto pertiene non solo al campo accademico ma riguarda memoria e destini del genere umano.

1. Nel suo ultimo saggio un italianista eccentrico come Guido Guglielmi ha scritto, a proposito del leopardiano Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: "Che i morti possano parlare solo interrogati dai vivi, significa, fuori dalle figure dell'ironia, che i vivi possono avere in risposta solo l'eco delle proprie parole" ("Negazioni" 31).

riferimenti

Adorno, Theodor W. 1950. Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa. Torino: Einaudi, 1994.

Auerbach, Erich. "Filologia della Weltliteratur". San Francesco, Dante, Vico ed altri saggi di filologia romanza. Bari: De Donato, 1970.

---. Mimesis: Il realismo nella letteratura occidentale. Torino: Einaudi, 1975.

Baratta, Giorgio. Gramsci in contrappunto. Roma: Carocci, 2007.

Baroni, Walter. Contro l'intercultura. Retoriche e pornografia dell'incontro. Verona: ombre corte, 2013.

Brugnolo, Stefano. "Obiezioni a Said: la non equivalenza tra letteratura e il discorso dell'imperialismo". Between 1.2 (Novembre 2011): 1-15. Web.

Guerriero, Stefano. "La missione dell'umanesimo in Auerbach e Said". La rappresentazione della realtà. Studi su Auerbach. A cura di Riccardo Castellana. Roma: Artemide, 2009. 207-216.

Guglielmi, Guido. "Letteratura, storia, canoni". Allegoria 29-30 (1998): 83-90.

---. "Negazioni leopardiane". Il Verri 20 (2002): 8-33.

Hobsbawm, Eric. Anni interessanti. Autobiografia di uno storico. Milano: Rizzoli, 2002.

Luperini, Romano. "L'intellettuale in esilio". Tramonto e resistenza della critica. Roma: Quodlibet, 2013. 39-46.

McClure, John. Kipling and Conrad: The Colonial Fiction. Cambridge: Harvard University Press, 1981.

Orlando, Francesco. L'Altro che è in noi, Lezione Sapegno 1996. Torino: Bollati Boringhieri, 1996.

---. Per una teoria freudiana della letteratura. Torino: Einaudi, 1987.

Remotti, Francesco. Contro l'identità. Roma-Bari: Laterza, 2007.

Said, Edward W. Beginnings: Intention and Method. New York: Basic Books, 1975.

---. 1993. Cultura e imperialismo: letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente. Roma: Gamberetti, 1998.

---. 1978. Orientalismo. Milano: Feltrinelli, 1999.

---. The World, the Text and the Critic. Cambridge: Harvard University Press, 1983.

---. 2004. Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni. Milano: Il Saggiatore 2007.

Zatti, Sergio, a cura di. La rappresentazione dell'Altro nei testi del Rinascimento. Pisa: Pacini Fazzi, 1998.

 

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pubblicato il 17 febbraio 2014