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la sfida postcoloniale e il mediterraneo

Iain Chambers

cIainChambers2013© Iain Chambers

Penso che la sfida culturale, politica e istituzionale rappresentata dagli 'studi postcoloniali', che non costituiscono una 'disciplina' ma forniscono un percorso critico, possa attraversare qualsiasi problematica nelle scienze umane e sociali d'oggi. Ovviamente, esistono tanti modi per declinare e tradurre questa sfida in una serie di pratiche pedagogiche e di ricerca. Quello più immediato sta nella scelta strategica tra:

  • una modifica, o un aggiustamento delle discipline attraversate da questo percorso critico;

oppure

  • un taglio epistemologico che richieda una riconfigurazione, o decostruzione, degli assetti delle discipline e delle loro premesse quando vengono esposte a domande non autorizzate.

Penso che la seconda ipotesi sia quella che ci interessa.
Non si tratta esclusivamente di affrontare l'inevitabile resistenza disciplinare, ma in qualche modo di toccare e disturbare l'economia politica del mondo accademico italiano e dell'assetto della cultura europea istituzionale.

Ovviamente, ognuno può introdurre delle prospettive critiche postcoloniali nel proprio campo – negli studi letterari, antropologici, cinematografici, e così via – ma dato che il postcoloniale implica una rivalutazione della modernità occidentale come responsabile della formazione storico-culturale e politica del mondo coloniale, in qualche modo risulta impossibile rimanervi circoscritti. Perfino la logica accademica delle discipline e la formazione dell'università moderna sono legate a quell'esterno coloniale che ha prodotto i nostri interni, come ci ha insegnato Hannah Arendt.

In quest'ottica diventa cruciale spostare l'attenzione dall'analisi degli oggetti e testi identificati dalle discipline ai processi storici e culturali della formazione postcoloniale del mondo contemporaneo. Mentre il primo approccio riesce a continuare a funzionare dentro una logica di 'distanza critica' senza disturbare troppo il soggetto che osserva nella sua autonomia, il secondo chiama in causa il coinvolgimento dell'osservatore in processi che precedono ed eccedono la propria autorità. Si tratta di affrontare il disfacimento della presunta neutralità della 'distanza critica', e tutte le premesse ideologiche dei paradigmi cosiddetti 'scientifici' delle scienze sociali e umane. In luogo di tali paradigmi potremmo prendere come riferimento un rigore critico aperto e sostenuto dalla complessità di una congiuntura storica.

Allora, com'è possibile proseguire lungo questo percorso? Come intendiamo intervenire nel contesto in cui ognuno di noi si trova a muoversi?

Ovviamente, ci sarebbero diverse strategie da attivare: da quelle più immediate delle pagine web, blog, convegni e riviste a quelle più profonde e lunghe come, per esempio, la critica della centralizzazione delle discipline, e con essa quella dei concorsi e dei reclutamenti di docenti e ricercatori, che tendono a ridurre prospettive critiche ed innovative nella riproduzione di un consenso istituzionale che cerca inevitabilmente di evitare il disturbo del lavoro critico.

Penso, al di là della solita retorica dell'interdisciplinarità, che dobbiamo cercare di trasformare i linguaggi che siamo abituati ad utilizzare per identificare gli 'oggetti' della nostra ricerca attraverso una diversa sintassi critica: sarebbe a dire, pensare meno del cinema, della letteratura, della musica, dell'immigrazione, dei confini, e più con loro, per viaggiare in spazi critici nuovi, inaspettati.

Collegata a questa prospettiva, e partendo dal nostro luogo, anche qui sarebbe il caso di pensare con questa specificità. In questo caso, la sfida non consiste tanto nel proporre degli Italian Postcolonial Studies quanto nel pensare e praticare gli studi postcoloniali dai confini dell'Europa, dal suo sud, facendo collegamenti con altri 'confini', altri sud, tracciando in tal modo una comunanza locale e nazionale con il (post)colonialismo europeo. Partendo da questi due ambiti – i confini proposti dal/del sud e la formazione coloniale del presente – è possibile considerare la nuova centralità politica e critica del Mediterraneo...

Perché il Mediterraneo? Perché, nonostante la sua apparente marginalizzazione nella narrazione generale della politica e della cultura moderna, il Mediterraneo torna continuamente nella discussione? Sollevare la questione significa toccare una profonda tensione che si trova al centro di un dibattito contemporaneo. Se il Mediterraneo è continuamente affermato come la culla delle 'origini' della cultura occidentale, allo stesso tempo vi è una crescente riluttanza ad associare il Mediterraneo alle sue realtà odierne.

Sembrerebbe che, al fine di riconoscersi come moderni, sia necessario ripudiare il Mediterraneo d'oggi. Una pigrizia soleggiata, un mondo civico caotico e corrotto rappresentano il lato negativo di un patrimonio che la gestione incisiva della modernità a nord delle Alpi e lungo la costa atlantica ha apparentemente superato. Nel Mediterraneo ridotto al ritmo lento di un time-out in cui intrattenere i sensi con culture culinarie, il vino, il mare, il sole, il sesso e l'antichità, la razionalità della modernità è apparentemente esclusa, esercitata altrove.
Tuttavia, se questo è il lato rimosso della modernità occidentale, esso non può mai essere tenuto a distanza; è sempre destinato a tornare a disturbare le procedure di una razionalità purificata.

Così, oltre a segnalare una fuga banale verso il piacere, il Mediterraneo come alterità repressa all'interno della modernità può essere re-indirizzato ad un'altra e ben più inquietante possibilità. Come una linea di fuga verso uno spazio critico non autorizzato, le storie presenti e passate del Mediterraneo propongono una rivalutazione radicale dei processi e delle competenze che hanno portato alla sua subordinazione, emarginazione e definizione contemporanea.

Piuttosto che semplicemente aggrapparsi a qualche presunta autenticità minacciata dalla modernità, ci si trova di fronte alla più complessa questione dell'elaborazione di quest'ultima, vissuta e proposta in transito e traduzione. Invece del modello, c'è trasformazione. La modernità non è un oggetto da possedere, difendere o imporre, ma una mobilità e una mutazione di una fitta rete di interconnessioni sorrette da processi storici.

Negli ultimi secoli il Mediterraneo è venuto a rappresentare uno spazio simbolico contro cui l'Europa e la sua modernità hanno spesso elaborato la propria identità. Se l'Europa proviene apparentemente da questi lidi, oggi nella sua versione moderna pensa di essere sfuggita a quello spazio.

Eppure, come luogo dell'eredità filosofica e giuridica greco-romana, della formazione culturale e storica del giudaismo, del cristianesimo e dell'islam, dello scontro tra i primi imperi moderni europei ed extra-europei di Carlo V e Solimano il Magnifico, e come testimonianza dell'esercizio iniziale del colonialismo moderno sulle sue sponde africane e asiatiche, il Mediterraneo è culturalmente e storicamente centrale per le strutture e i linguaggi della modernità europea. Sospeso tra l'Oriente e l'Occidente, e oggi sempre più tra il Nord e il Sud del pianeta, in molteplici coordinate che minacciano di assorbire e annegare tutti i tentativi di approdare a una filiazione descrittiva ordinata.

Ciò suggerisce che, al di là delle sue definizioni geopolitiche e morfologiche, il Mediterraneo è, prima di tutto, uno spazio politico discorsivo contestato. Esso ospita una varietà di regimi culturali e storici della verità, e sostiene non solo un desiderio di definizione, ma anche l'elaborazione perpetua di una problematica. Inoltre, se consideriamo l'archivio storico di questo spazio come elaborato da alcuni storici euro-americani, cioè se si considerasse il patrimonio di Fernand Braudel, Shelomo Dov Goitien, Marshall Hodgson e il connettivo sistema eco-storico di Peregrine Horden e Nicholas Purcell, ci si ritroverebbe ad affrontare questioni e prospettive che eccedono e disturbano il solito inquadramento fornito dal moderno stato-nazione.

Quello che precede e supera i limiti concettuali dello stato-nazione interroga inevitabilmente quella che è di solito considerata la forma naturale delle formazioni storiche moderne: la storia è raccontata fondamentalmente attraverso la nazione. Qui si mette in discussione un ordine politico di conoscenze e la sua diretta iscrizione nei protocolli disciplinari della sociologia moderna, delle scienze politiche, degli studi di area geo-politica, della letteratura, dell'antropologia e della storiografia. Lavorare in una rete mediterranea di storie trans-nazionali suggerisce ancora di più: il paesaggio concettuale peculiare proposto da una delle sue rive, in particolare quella settentrionale, europea ed egemonica, può essere esposto a differenti interpretazioni e insospettate variazioni. Se, per esempio, consideriamo la preoccupazione europea di oggi per l'Islam, inavvertitamente lanciamo un boomerang critico che rivela in ultima analisi la profonda ossessione dell'Europa per la questione della religione e la centralità storica che questa ha assunto nella sua formazione politica e culturale.

È in questo spazio che la questione delle comunità non-nazionali, le cosiddette minoranze e, soprattutto in questo momento, la figura del migrante, acquistano la loro dimensione critica, intervenendo direttamente negli assunti culturali ereditati dalla costruzione ideologica delle nazioni europee, secondo cui la cultura, la storia e l'identità combaciano in modo perfetto ed omogeneo con i confini di una unità geo-politica. Le minoranze etniche e religiose, insieme con le migrazioni di massa, oltrepassano e confondono tali limiti, proponendo degli spazi non autorizzati di un'appartenenza a venire.

La diffusione del popolo rom in Europa, dei cristiani copti in Egitto, dei musulmani nei Balcani (così come a Parigi e Berlino) non è semplicemente sintomo del passato: si tratta di storie che sono state spazzate via o sommerse nelle onde della narrazione nazionale. Su un'altra scala di appartenenza, né gli arabi né i musulmani rispecchiano le preoccupazioni immediate di una comunità nazionale, sia nel Maghreb che in Europa. Questi sono tutti ricordi inquietanti di nessi più profondi, di solito negati dalla violenza della formazione moderna dello Stato che esigeva (e che ancora sembra esigere) la loro esclusione culturale e storica.

Dall'espulsione programmata delle minoranze etniche e religiose degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna nel 1492, continuando attraverso le persecuzioni, i pogrom e gli scambi di popolazione attraverso le frontiere e i continenti (tra l'Europa e l'Anatolia nel 1920), e passando per il culmine del genocidio europeo della Shoah, arriviamo oggi a confrontarci con il ritorno della composizione repressa di una modernità mediterranea che precede ed eccede le prospettive e procedure nazionali (e nazionalistiche).

In nessun luogo troviamo tanto esposta questa situazione quanto nel corpo attuale del migrante, la cui 'illegittimità' giuridica espone tutta la forza bio-politica della nazione europea che cerca di negare la costituzione indisciplinata del presente planetario. Sul corpo del migrante, nelle sue storie e culture clandestine, è inscritto un passato coloniale rimosso che viene ogni giorno distillato nel mix metropolitano della moderna città europea. Proponendo e vivendo il superamento dei protocolli della soggettività nazionale, i migranti e le minoranze offrono combinazioni eterogenee che anticipano un senso più complesso della società politica e della partecipazione democratica rispetto a quello confinato entro gli aspetti astratti e legali della cittadinanza formale.

Il suggerimento a questo punto è che queste storie minori, subalterne e clandestine, questi racconti rifiutati di modernità, trovano nel Mediterraneo un punto critico di potenza insospettata. Dove Africa, Asia ed Europa si sovrappongono e si intrecciano in un profondo miscuglio storico e culturale, la visione critica che arriva dai margini prodotti dallo stato-nazione moderno riapre l'archivio, e mette in rilievo non solamente le coste trascurate che sono state relegate al passato. Sotto la luce nitida del Mediterraneo, come la sua formazione tri-continentale evidenzia, ora possiamo provare a narrare la modernità come una questione non semplicemente europea.

riferimenti

Braudel, Fernand. The Mediterranean and the Mediterranean World in the Age of Philip II. 2 voll. Berkeley: University of California Press, 1996.

Chambers, Iain. Mediterranean Crossings. The Politics of an Interrupted Modernity. Durham-London: Duke University Press, 2008.

Goitien, Shelomo Dov. A Mediterranean Society. Berkeley: University of California Press, 2003.

Hodgson, Marshall. The Venture of Islam. 2 voll. Chicago: University of Chicago Press, 1977.

Horden, Peregrine e Nicholas Purcell. The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History. Oxford: Blackwell, 2000.

 

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pubblicato il 17 febbraio 2014