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voci dell'africa, dall'africa in italia

Claudia Gualtieri

Mandiaye NDiayeMandiaye N'Diaye in scena
con il Teatro delle Albe

1. introduzione

Parlare di studi postcoloniali nell'anglistica italiana richiede come punto di partenza una riflessione sulla specificità dell'esperienza storica coloniale italiana e una conseguente analisi del postcoloniale critico-letterario italiano come un fenomeno decisamente diverso da quello che si è verificato, invece, in Gran Bretagna e nelle sue ex-colonie. Storicamente, il rapporto dell'Italia con l'Africa nel secolo degli imperi coloniali europei si inserisce nello schema di invasione, espropriazione e sfruttamento che le conquiste europee hanno imposto all'Africa. Le colonie italiane erano tutte collocate in Africa e dunque, nell'immaginario coloniale italiano, l'Africa e gli africani erano percepiti e rappresentati attraverso lo stereotipo del colonizzato: incivile, barbaro, primitivo e inferiore. Per un lungo periodo, gli studi italiani sulla storia dell'Africa si sono dedicati quasi esclusivamente alla storia coloniale, confermando la visione di un'Africa subalterna all'Occidente senza una propria storia che fosse indipendente ed estranea a quella coloniale. L'interesse per le lingue africane in Italia era scarso e dunque anche gli aspetti culturali specifici non attraevano lo studioso di letteratura verso le produzioni letterarie del continente.

Un elemento di rottura nella percezione stereotipata dell'Africa in Italia si è verificato nel periodo delle lotte per l'indipendenza che nella seconda metà del Novecento hanno portato alla fine del colonialismo europeo in Africa. I movimenti di liberazione ispirarono politicamente la cultura militante italiana aprendo una breccia nel racconto coloniale italiano sull'Africa e accendendo la curiosità anche verso l'espressione letteraria che veniva dall'Africa. C'erano tuttavia contraddizioni pratiche e barriere ideologiche che ostacolavano la ricezione culturale della parola africana, come il fatto che le prime traduzioni proposte da Jaca Book fossero del tutto avulse dal contesto culturale in cui i libri erano stati scritti, e fossero elaborate secondo una chiave interpretativa di matrice cattolica, estranea all'originale africano. In un clima incerto riguardo alla conoscenza dell'Africa, anche il messaggio del riscatto politico dell'Africa e dell'esaltazione estetica dell'identità nera, divulgato dal movimento della Negritudine, si combinava ambiguamente con l'immaginario coloniale dell'esotismo che per molto tempo aveva caratterizzato l'atteggiamento italiano verso l'Africa.

Negli anni Ottanta, l'arrivo numericamente consistente di immigranti in Italia segnò il momento in cui l'evidente presenza fisica africana sul territorio nazionale fu percepita. Altrove, il 22 giugno 1948, il numero ingente dei migranti aveva allarmato il governo e la popolazione britannici quando la nave SS Empire Windrush, rientrando dalla Giamaica dopo la fine della guerra, aveva portato a Tilbury un carico di circa 500 immigrati, molti dei quali ex-militari della Royal Air Force britannica. Essi chiedevano accoglienza e lavoro nella madrepatria. Questo episodio innescò quella che Mike e Trevor Phillips hanno chiamato "The irresistible rise of multi-racial Britain". Quasi quarant'anni dopo in Italia, pur nella diversità delle contingenze storiche e culturali, la presenza numerosa e visibile dei migranti africani segnava l'inizio di una svolta nella storia, nella società e nella cultura nazionali.

Si deve anche precisare che l'Italia stessa era una terra di migranti. Dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta il flusso di italiani era continuato verso l'estero e, in seguito allo sviluppo economico industriale, dal sud verso il nord della penisola. Inoltre, i migranti africani che giungevano numerosi sul territorio italiano negli anni Ottanta erano in minima parte provenienti dalle ex-colonie del Corno d'Africa. La posizione geografica dell'Italia la rendeva invece un ponte per le diverse migrazioni sia dal Maghreb attraverso il Mediterraneo sia dai Balcani. Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino, i flussi migratori attraverso l'Italia si sono intensificati e attualmente le emergenze di Lampedusa mantengono il fenomeno migratorio africano sulla ribalta politica, sociale e culturale nazionale.

2. storia e letteratura africana nell'università italiana

Il tentativo di rintracciare il percorso evolutivo degli studi postcoloniali sull'Africa nell'anglistica italiana da una prospettiva storico-concettuale incontra un primo ostacolo nella rigida divisione disciplinare e nella separazione degli ambiti di ricerca che caratterizzano l'africanistica in Italia. Infatti, a causa della specificità dell'esperienza coloniale nazionale, ben diversa da quella britannica, francese e portoghese, la ricerca storica italiana sull'Africa, nelle università e negli istituti culturali, segue percorsi diversificati, inibendo, almeno inizialmente, quel dialogo interdisciplinare che invece definisce l'approccio postcoloniale. Gli studi storici hanno preceduto quelli critico-letterari adottando modalità discorsive che non appartenevano al postcoloniale, come è avvenuto anche in altri ambiti di studio. L'Istituto italo-africano di Roma – divenuto IsIAO e poi ISSUU – è stato un centro di riferimento per la raccolta dei materiali storiografici e anche per l'organizzazione di iniziative a livello nazionale. Storici come Alessandro Triulzi, Anna Maria Gentili e Gian Paolo Calchi Novati hanno indagato a fondo diversi aspetti della storia africana e delle esperienze coloniali europee nel continente. Tuttavia, per lo scopo di questo saggio, la storia dell'Africa nella storiografia coloniale italiana, la ricerca antropologica, le collezioni museali e gli studi sulle lingue africane non sono approfonditi. Si osserverà, invece, come il paradigma postcoloniale abbia influenzato le discipline critico-letterarie in particolare, cercando di identificare alcune tappe salienti dell'uso di questa prospettiva critica nelle università italiane.

Tale paradigma postcoloniale, in Italia, non è stato recepito dagli studi storici sull'Africa nelle modalità in cui è stato accolto dalle discipline critico-letterarie, anche se i semi del postcoloniale sarebbero poi sbocciati in suggestioni utili pure per le discipline storiche. In ambito critico-letterario, l'adozione del postcoloniale nelle università italiane ha mostrato una specificità che ha caratterizzato, e distingue tuttora, una modalità tutta italiana. Sulla scena universitaria nazionale, infatti, hanno convissuto e permangono atteggiamenti critici e metodologici diversi in riferimento all'analisi della produzione letteraria e critica che è oggetto degli studi postcoloniali. Ci sono università con settori di studio squisitamente letterari che si occupano di letteratura africana adottano metodologie di critica letteraria canonica. E ci sono realtà universitarie ove il paradigma postcoloniale è stato, invece, condiviso e utilizzato nella sua complessità e articolazione come procedimento metodologico, teoria critica e atteggiamento politico, alimentato da uno sguardo analitico sulla storia coloniale e postcoloniale, da un'indagine approfondita sulla questione dell'Altro, dalla necessità di rivelare le dinamiche di subalternità, dall'analisi dei discorsi egemonici e di potere in un'ottica di dibattito internazionale e interdisciplinare, e da un'attenzione costante verso i cambiamenti del presente con un'esplicita proiezione futura. Si tratta di un atteggiamento critico accorto e di un'attenzione consapevole, spesso volutamente dubitativa, attenta alle voci del dissenso.

Nella genealogia degli studi postcoloniali in Italia, si nota come l'uso del termine "postcoloniale" e l'interesse per le letture teoriche che altrove ne avevano avviato la riflessione critica, per non parlare di un articolato e consapevole dibattito teorico, siano partiti con un notevole ritardo rispetto, per esempio, ai paesi di lingua inglese e francese. Se uno dei testi fondamentali della teoria postcoloniale, Orientalism di Edward Said, è stato pubblicato nel 1978, gli studi di Frantz Fanon sulla colonizzazione e sull'identità nera avevano già anticipato alcune riflessioni nodali che sarebbero confluite nel postcoloniale, in particolare, Peau noire, masques blancs del 1952 e Les Damnés de la terre del 1961. Chinua Achebe aveva pubblicato la raccolta di saggi Morning Yet on Creation Day nel 1975 e nello stesso anno Chinweizu aveva affrontato le questioni della schiavitù, della colonizzazione e delle responsabilità dell'élite africana in The West and the Rest of Us. La letteratura africana del periodo appena precedente le indipendenze degli anni Sessanta – a parte Mhudi di Sol Plaatje, prima opera in inglese di un sudafricano tswana scritta nel 1913, e Chaka di Thomas Mofolo scritto nel 1939 – aveva prodotto The Palm-Wine Drinkard di Amos Tutuola nel 1952 e Things Fall Apart di Chinua Achebe nel 1958.

In Italia, questa produzione era in gran parte sconosciuta. Si può sostenere che il postcoloniale abbia fatto il suo ingresso sulla scena culturale italiana nella seconda metà degli anni Ottanta, ispirato dalla scrittura letteraria proveniente dalle ex-colonie britanniche, dai discorsi che avevano dato voce ai nuovi nazionalismi africani degli anni Sessanta e dagli studi critici anglofoni che erano proliferati in quegli anni. In Italia, nelle università ove era stata accolta, questa produzione era comunque considerata letteratura africana e dunque era studiata con gli strumenti convenzionali della critica letteraria. In questo periodo, gli studi postcoloniali italiani sull'Africa non mostravano né elementi di coesione tematica o metodologica, né filoni di ricerca strutturata, rapporti interdisciplinari, centri culturali aggreganti o istituzioni accademiche di riferimento. Coloro i quali erano sensibili alle nuove voci dall'Africa si scontravano con un canone letterario rigido e immobile, e con lo scetticismo che ostacolava l'apertura delle università verso produzioni culturali viste come trasgressive dell'ordine estetico e ideologico dominanti. Mancava un collegamento internazionale con il dibattito teorico intellettuale postcoloniale e mancava quella formazione critica e metodologica che si sarebbe potuta concretizzare solamente cercando di recuperare il tempo perduto sia costruendo competenze analitiche e critiche specifiche di teoria e di studi postcoloniali, sia identificando una possibile strada italiana del postcoloniale.

3. gli studi postcoloniali e culturali in gran bretagna

In Gran Bretagna e nelle sue ex-colonie, la scrittura postcoloniale africana degli anni Sessanta elaborava un contro-discorso che riscriveva l'esperienza coloniale dal punto di vista dei colonizzati e rileggeva la master narrative dell'impero dal punto di vista degli oppressi. Questa scrittura rivelava grandi artisti, da Amos Tutuola a Chinua Achebe, da Thomas Mofolo a Sol Plaatje. Inoltre, sulla scena britannica all'Università di Birmingham agli inizi degli anni Sessanta, Richard Hoggart, Raymond Williams e E. P. Thompson avevano fondato il Centre for Contemporary Cultural Studies (CCCS) e posto le basi teoriche di quelli che sarebbero diventati i Cultural Studies. Smantellando l'idea di una distinzione tra la cultura alta e bassa, e propugnando la convinzione che la cultura fosse "a whole way of life", come teorizzava Raymond Williams, il CCCS poneva il problema di classe, e in seguito quello più ampio della subordinazione, al centro della propria agenda ideologica e pragmatica. Pur non avendo percorsi comuni nel momento della loro origine concomitante, la teoria postcoloniale e gli studi culturali convergevano su alcuni punti strategici che riguardavano la contemporaneità – il qui e ora – quali l'enfasi sul dissenso e sulla resistenza al potere egemonico, la messa in discussione delle nozioni di canone, storiografia ufficiale, identità e alterità fisse, l'importanza della differenza e la qualità politica del testo. Mentre quest'ultimo punto enfatizzava la questione della funzione pubblica dello scrittore e dell'intellettuale – del "novelist as teacher" nelle parole di Chinua Achebe – implicava anche il coinvolgimento attivo e il posizionamento del lettore nella pratica politica militante.

Tale produzione culturale e critico-letteraria di lingua inglese proveniente dalla Gran Bretagna e dalle sue ex-colonie africane entrava in Italia in forme rapsodiche e urtava contro una certa resistenza negli ambiti accademici. Itala Vivan ricorda di avere inserito un corso monografico sulle letterature africane anglofone all'interno dell'insegnamento di letteratura inglese all'Università di Bari alla fine degli anni Settanta, incontrando l'avversione istituzionale verso una letteratura che non appariva degna di essere definita tale. Il suo volume Interpreti rituali. Il romanzo dell'Africa nera è del 1978 e ha costituito uno studio pionieristico sulla scrittura postcoloniale per il pubblico italiano.

4. l'africa esotica e la voce dell'africa

In generale, quella dell'Africa esotica rimaneva una costruzione stereotipata e dominante che giustificava atteggiamenti contraddittori di attrazione e repulsione – come ha teorizzato Homi Bhabha – verso il mistero del primitivismo e, per contro, l'abbruttimento dell'inciviltà. La complicità tra le forme dell'esotismo, lo stereotipo dell'Altro e gli archivi della letteratura coloniale sono indagati in alcuni interessanti studi italiani della seconda metà degli anni Settanta: Finzioni occidentali: fabulazione, comicità e scrittura di Gianni Celati del 1975, Letteratura, Esotismo, Colonialismo di Anita Licari, Roberta Maccagnani e Lina Zecchi del 1978 e Il Drago e la Fenice: Ai margini dell'esotismo di Lina Zecchi del 1979. Tali riflessioni si agganciavano a quella internazionale sul tema dell'alterità, creando un ponte discorsivo con le rivelazioni e le aspettative postcoloniali. Quando Edward Said pubblicò Orientalism. Western Conceptions of the Orient nel 1978, la questione della rappresentazione dell'Altro nel discorso coloniale si impose come centrale e dominante nella riflessione postcoloniale internazionale e la connessione tra dominio imperiale e produzione culturale contribuì a rivelare l'affiliazione del discorso letterario con le pratiche coloniali. Se la cultura e l'impero sono interagenti secondo dinamiche non innocenti – come scriveva Marie Luise Pratt – e ambivalenti – come emergeva dagli studi di Homi Bhabha –, l'analisi postcoloniale ne demoliva la pretesa di valore assoluto e ne rivelava la posizionalità, appunto la specificità delle posizioni da cui i discorsi di potere sono prodotti. Essa evidenziava come l'impianto universalistico del discorso e delle pratiche dell'impero contenessero anche i germi della resistenza e della propria dissoluzione tramite il dissenso e il riscatto della differenza.

Negli anni Ottanta in Italia è possibile riconoscere, in alcune istituzioni come le università di Napoli, Roma "La Sapienza" e Bologna, e in alcune collaborazioni intellettuali tra studiosi dell'Africa, una convergenza di interessi verso il postcoloniale. All'Università di Bologna, nel 1983, Jamilé Morsiani pubblicò un pionieristico panorama della letteratura africana in lingua inglese dal titolo Da Tutuola a Rotimi. All'Università di Bari, prima, di Verona e Milano, poi, Itala Vivan inserì il postcoloniale nella sua attività didattica e di ricerca, contribuendo anche alla costituzione di sezioni di teoria, storia e letteratura postcoloniale nelle biblioteche delle università. Per l'anno accademico 1983-84, l'Istituto Universitario Orientale di Napoli pubblicò Panorama delle letterature dell'Africa subsahariana di Maddalena Toscano, Sergio Baldi ed Elena Bertoncini. Il volume esaminava le letterature africane sia orali, sia scritte nelle lingue locali e nelle lingue europee della colonizzazione. All'istituto italo-africano, Carla Ghezzi curò la biblioteca per anni e pubblicò regolarmente aggiornamenti sui testi di letteratura africana presenti nella biblioteca dell'istituto. Nel 1985, Itala Vivan, Franca Marcato ed Elena Bertoncini pubblicarono un saggio in seguito al convegno "Gli studi africanistici in Italia dagli anni '60 ad oggi", svoltosi a Roma il 25-27 giugno dello stesso anno. Il convegno dichiarava tre scopi fondamentali: "dare notizie aggiornate circa i recenti contributi italiani nelle diverse discipline africanistiche, [...] segnalare i settori di studio e di ricerca da privilegiare per gli anni venturi; porre in contatto e a confronto studiosi e ricercatori in modo da avviare una comune azione mirante ad una maggiore e più incisiva presenza degli studi africanistici nel panorama culturale italiano in generale e in quello universitario in particolare" (p. 29). È chiaro come l'esigenza di un riconoscimento istituzionale delle voci postcoloniali si combinasse con la necessità di un dialogo costruttivo tra studiosi sensibili alle nuove teorie della differenza e della rappresentazione, e con l'urgenza di strutturare un campo di studi in un modo tematicamente coerente e metodologicamente aggiornato. Gli anni Novanta annoverano diverse pubblicazioni che mostrano come l'interesse per il postcoloniale si fosse specializzato tematicamente e localmente, come per esempio all'Università Ca' Foscari di Venezia, ove la casa editrice Supernova pubblicò gli studi sull'Africa e il Sudafrica di Armando Pajalich e Annalisa Oboe. Si deve menzionare anche il lavoro di divulgazione delle pubblicazioni periodiche, dalla storica Nigrizia dei padri comboniani di Verona alla rivista online El Ghibli – Rivista di letteratura della migrazione, fondata nel 2003 dallo scrittore italo-senegalese Pap Khouma.

Il premio Nobel per la letteratura allo scrittore nigeriano yoruba Wole Soyinka nel 1986 aveva posto la scrittura postcoloniale africana al centro della scena letteraria internazionale e anche italiana. Studiosi e intellettuali influenti avevano sistematizzato il paradigma postcoloniale elaborando una teoria critica incentrata sull'analisi della contemporaneità e fondata sulla percezione della differenza, sulla rappresentazione e l'invenzione dell'Altro, sulla contro-scrittura e sulle pratiche anti-egemoniche, e attenta alle conseguenze sociali, materiali e immateriali, che le pratiche imperialiste avevano prodotto e continuavano a generare. Riguardo all'Africa, le analisi filosofiche di Y. V. Mudimbe avevano colto nell'invenzione occidentale del continente una delle pratiche di assoggettamento ed emarginazione che avevano relegato le storie e le culture dell'Africa entro gli angusti confini delle rappresentazioni esotiche coloniali, rivelando come il funzionamento del discorso del potere determinasse le condizioni di possibilità della conoscenza e, dunque, del riconoscimento dell'Altro.

5. la traduzione dei testi postcoloniali nell'editoria italiana

Alla fine degli anni Ottanta, l'accoglienza dello sguardo postcoloniale in Italia doveva formarsi non soltanto tramite il confronto critico nelle università, ma anche attraverso la diffusione e la lettura dei testi letterari. Pochissimi erano stati tradotti – tra cui Piangi terra amata di Alan Paton, pubblicato in Sudafrica nel 1948 e tradotto nel 1950, e Il bevitore di vino di palma di Amos Tutuola tradotto nel 1954 – quando le Edizioni Lavoro di Roma dedicarono la collana "Il lato dell'ombra" alle nuove letterature emerse dalla scena postcoloniale, affidandone la cura a Itala Vivan. Tra il 1987 e il 1996 furono pubblicati molti romanzi di autori africani e caraibici, tradotti in modo impeccabile e corredati da puntuali inquadramenti storici, culturali e linguistici, affinché il lettore potesse comprendere storie e visioni del mondo e della vita lontane e differenti dalle proprie. L'editoria di qualità gradualmente assunse il compito importante di tradurre nuove cosmologie e pratiche quotidiane per un pubblico ancora in parte inesperto e impreparato. Adriana Motti, Riccardo Duranti e Franca Cavagnoli sono solo alcuni nomi di traduttori che si sono dedicati alla complessa operazione della traduzione linguistica e culturale dei testi postcoloniali.

Diversamente dalla contingenza italiana, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e nelle aree anglofone (così come in altre realtà post-imperiali europee), le teorie culturalista e postcoloniale e i loro approcci metodologici diventavano sempre più sofisticati, mentre il dialogo tra gli intellettuali del postcoloniale di diverse formazioni e provenienze si intensificava raccordandosi attorno a nuclei ideologici condivisi. L'interesse per l'osservazione della contemporaneità, dei meccanismi di rappresentazione, della centralità dell'identità nera e della costruzione delle nuove etnicità – come teorizzava Stuart Hall – dell'autorità della voce pubblica delle classi subalterne – come studiata da Ranajit Guha e dal gruppo degli storici indiani dei Subaltern Studies – costituiva l'anello di congiunzione tra i Cultural Studies e la Postcolonial Theory e si diramava in una serie di interventi teorici e politici di denuncia e resistenza contro la tirannia della differenza come strumento di addomesticamento e assoggettamento, e come marcatore sociale di emarginazione e povertà.

6. le strade del postcoloniale: sviluppi del dibattito

Se negli anni Novanta nell'accademia italiana si coglieva un evidente interesse per il postcoloniale, sulla scia del dibattito che si era sviluppato soprattutto nel mondo anglofono, la propensione verso il postcoloniale nell'ambito disciplinare della critica letteraria evidenziava anche il rischio dell'adesione a una moda accademica piuttosto che un atteggiamento critico innovativo, mentale e metodologico, dissenziente verso il canone e aperto ai discorsi provenienti dai margini sociali e dalle periferie degli ex-imperi. Questa denuncia generale è rivolta da Graham Huggan alle accademie del nord del mondo in The Postcolonial Exotic. Marketing the Margins e può applicarsi anche all'adozione incerta e imprecisa del paradigma postcoloniale in alcune università italiane. Altri interrogativi critici concernenti il pensiero postcoloniale riguardavano il significato teorico del prefisso "post" oltre al mero indizio cronologico, ovvero, l'utilità del postcoloniale e la sua adattabilità per affrontare le sfide sempre nuove del presente in contesti storici e culturali differenti.

Negli sviluppi della riflessione, in diversi modi, l'approccio postcoloniale si è intrecciato, in forme dialogiche e interdisciplinari, con discorsi antropologici, storici, sociali, politici, filosofici ed economici, per esplorare una condizione del presente che Sandro Mezzadra, con sguardo sensibile e attento all'eredità coloniale per la storia della modernità e per le politiche atte ad affrontare le dinamiche del mondo globale, ha chiamato appunto La condizione postcoloniale. All'Università di Napoli "L'Orientale", alla guida di Lidia Curti e Iain Chambers, si è costituito un importante gruppo di riferimento teorico che utilizza con rigore metodologico gli approcci culturalista e postcoloniale in modalità interdisciplinare per interpretare l'evolversi dei rapporti culturali nelle società contemporanee. Un valore aggiunto è costituito dall'attenzione per il Sud e per gli studi del Mediterraneo. Altre istituzioni accademiche hanno promosso il postcoloniale attraverso riviste divulgative, come Il Tolomeo. Articoli, recensioni e inediti delle nuove letterature fondato nel 1995 come organo dell'AISLI, allora Associazione Italiana per lo Studio delle Letterature in Inglese (ora AISCLI), con il sostegno dall'Università di Venezia. Le attuali generazioni di studiosi che lavorano nelle sedi universitarie ove postcoloniale si è imposto prima che altrove possono ovviamente avvalersi dell'eredità costituita dell'impostazione critica e della tradizione accademica che i precedenti gruppi di lavoro avevano elaborato. Anche fuori dalle università si sono gradualmente diffusi una sensibilità e un interesse verso le letterature in lingua inglese: un processo di cui il Festivaletteratura di Mantova è stato tra i promotori con la prima edizione nel 1997.

7. fare il postcoloniale

Se ci si chiede cosa stia avvenendo ora, cosa si stia facendo nell'accademia italiana per ascoltare le voci dall'Africa e dell'Africa, si può notare una contraddizione tra alcune realtà consolidate di ricerca postcoloniale e il mancato riconoscimento e supporto istituzionale per queste aree di competenza. L'accademia italiana, come istituzione deputata alla produzione della conoscenza, non sembra avere intrapreso una strada indipendente e chiara a proposito della valorizzazione della riflessione postcoloniale, né sembra sia stata compresa a livello dirigenziale l'importanza di un atteggiamento ideologico e metodologico che potrebbe aiutare ad affrontare le problematiche culturali e politiche prodotte dai transiti migratori e dalle nuove presenze effettive sul territorio italiano. Il progetto strategico e l'intervento critico che la prospettiva postcoloniale offre agiscono sul presente, sul qui e ora. Pertanto, "fare il postcoloniale" in un modo che sia italiano dovrebbe anche connotarsi come risposta alle esigenze concrete del presente storico, sociale e culturale dell'Italia di oggi con la visione lungimirante e utopica di un mondo migliore.

Il titolo di questo saggio allude sia alle voci dell'Africa portate dalle indipendenze – le voci delle tradizioni orali, delle tante Afriche coloniali e delle riscritture postcoloniali –, sia alle voci provenienti dall'Africa che oggi parlano in Italia e in italiano. È un'Africa fuori dall'Africa che si ricostituisce in forme creative e ibride, mescolandosi con la cultura italiana nazionale e locale. Come si è formata una letteratura black British in Gran Bretagna, anche in Italia molti migranti provenienti dall'Africa hanno scritto in lingua italiana. Diversamente da ciò che è accaduto in Gran Bretagna, tuttavia, per molti scrittori l'italiano non era la lingua dell'ex-colonizzatore, ma una lingua nuova. E questa è certamente una specificità della nuova letteratura dall'Africa in lingua italiana. Di questa produzione artistica si è occupata esaustivamente Itala Vivan in numerosi saggi, tra i quali "I nuovi scrittori in lingua italiana, visitatori del futuro" e "L'Italia postcoloniale. I nuovi scrittori venuti dall'Africa", cogliendo ed evidenziando i tratti specifici – posizionali e contestuali, espressivi e artistici – del postcoloniale italiano. In "La fortuna delle letterature africane in Italia nei cinquant'anni della postcolonialità, 1960-2010", Vivan approfondisce il tema nodale dell'oralità d'arte africana rimarcando come non ci sia, in Italia, un'educazione estetica al gusto della parola parlata che viene dall'Africa. La scrittura dell'Africa e dall'Africa in Italia oggi, invece, offre uno sguardo nuovo sul mondo, sulle storie, sulle lingue, sulle tradizioni e sulle azioni, che emerge dai percorsi intrecciati del dialogo e dello scontro, delle visioni e dei progetti, della condivisione e della lotta. Come l'esperienza individuale incontra quella collettiva, così la pratica locale si inserisce e riverbera in un quadro globale.

A Ravenna negli anni Ottanta, le strade locali del postcoloniale hanno portato all'incontro dei migranti senegalesi con la compagnia del Teatro delle Albe e gettato le basi di una collaborazione ancora culturalmente attiva tra le comunità africane del territorio, la cittadinanza attiva e l'amministrazione comunale. Questa collaborazione, che attestava la validità di un impegno comune e condiviso, è tuttora visibile nel Festival delle Culture, ideato dall'artista algerino-ravennate Tahar Lamri e organizzato con cadenza annuale. Come l'esperienza postcoloniale italiana si definisce attraverso la specificità del locale in cui nasce e si sviluppa, così si trasforma in una voce globale per la portata ideale delle sue azioni e del suo progetto pratico. Infatti, dall'esigenza locale di concepire il teatro come laboratorio artistico e come forma di educazione civile di accettazione dell'Altro e del migrante, è nata a Ravenna la "non-scuola". Inaugurata alcuni decenni fa dal Teatro delle Albe per gli studenti della città e della provincia, ha esportato gruppi operativi in diverse realtà italiane ed estere con progetti di lavoro teatrale che nascono sempre da esigenze contingenti e diversificate, ma che concordano nella visione etica e nelle modalità della progettualità pratica.

Un aspetto non trascurabile dell'incidenza del locale sul globale riguarda proprio l'uso della lingua e la ri-creazione della tradizione. Utilizzando ancora l'esempio specifico delle attività artistiche che si sono svolte e si svolgono a Ravenna, si può menzionare come l'italiano, il wolof e il dialetto ravennate siano stati utilizzati in alcuni spettacoli del Teatro delle Albe per raccontare le tradizioni romagnole e senegalesi, come lingue diverse siano impiegate nei progetti della "non-scuola" e come Tahar Lamri abbia riscoperto canti rurali dialettali romagnoli da inserire nei suoi racconti. Diversamente dal contesto britannico ove l'inglese si è trasformato in una lingua ibrida e nuova passando attraverso la penna degli scrittori black British, nella scrittura postcoloniale italiana dell'Africa e dall'Africa, l'italiano si impasta con i dialetti e con gli immaginari delle storie tradizionali locali, mentre lo scrittore, prima straniero, agisce come ricercatore e scopritore della tradizione rurale e popolare che lo ospita.

8. migranti, afro-europei, italiani

È utile e importante osservare come l'azione pratica locale si proietti sulla sfera globale per identificare traiettorie future e tensioni ideali comuni, e per riconoscere la peculiarità delle voci dell'Africa e dall'Africa nella varietà del panorama culturale italiano e del sud europeo. Nel contesto culturale europeo contemporaneo si avverte chiaramente una sensibilità verso le produzioni artistiche degli africani in Europa. Il progetto AfroEuropes, avviato in Spagna, ne è un esempio, come la Serie "Migrations and Identities" della Liverpool University Press che ospita il volume Africa in Europe. Studies in Transnational Practice in the Long Twentieth Century. Pure negli studi di Italianistica presso le università britanniche si osserva con attenzione critica e si indaga l'incidenza delle migrazioni nell'Italia contemporanea, come il progetto di ricerca "Destination Italy: Representing Migration in Contemporary Media and Narrative" dell'Università di Oxford dimostra.

Tuttavia, studiare le voci e le produzioni letterarie e artistiche dell'Africa e dall'Africa in Italia oggi non significa soltanto parlare di migrazioni e transiti, ma anche di ospitalità, accettazione e integrazione di chi viene per stare. Nel 2014 sono stati pubblicati i volumi L'Italia postcoloniale a cura di Cristina Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell'identità razziale degli italiani, di Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop e Costruire la nazione. Politiche, discorsi e rappresentazioni che hanno fatto l'Italia a cura di Silvia Aru e Valeria Deplano, che in diversi modi pongono al centro dell'agenda culturale italiana la presenza africana e l'osservazione dell'identità come una costruzione contingente.

Negli studi di Italianistica, la nuova scrittura in lingua italiana deve ancora trovare collocazione e considerazione critica adeguate, che accolgano anche le metodologie offerte dagli approcci culturalista e postcoloniale in una prospettiva interdisciplinare. Tale sguardo critico dovrebbe auspicabilmente superare i confini disciplinari nello studio analitico delle nuove produzioni culturali e anche indirizzarsi verso produzioni artistiche diversificate, inter-testuali e inter-discorsive. Le arti visive, il cinema, il teatro, la letteratura, la musica, la danza uniscono la produzione scritta alla performance orale, l'immagine alla parola, la visione al suono, l'azione alla meditazione, ed entrano prepotentemente nella mappa delle produzione culturali ibride dell'Africa e dall'Africa in Italia.

Tale panorama culturale italiano esige un ripensamento ampio ed articolato sul ruolo dell'intellettuale pubblico nel contesto specifico, nazionale e locale, che si collega alla riflessione degli studi culturali e postcoloniali sull'intellettuale nel mondo – "wordly" come lo ha chiamato Edward Said – sull'intellettuale organico gramsciano e sulla sua funzione pedagogica. Prendendo l'avvio dallo scrittore come guida – "the novelist as teacher" di Chinua Achebe –, l'intellettuale postcoloniale assume il compito pubblico, culturale e politico, di indagare con sguardo critico, di produrre una scrittura provocatoria, di coinvolgere alla presa di posizione, di chiamare all'azione, di utilizzare percorsi trasversali, di educare al dialogo, avendo come orizzonte ideale la realizzazione comune di un mondo migliore e come obiettivo perseguibile l'utopia della felicità nel presente.

riferimenti

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www.archividelnovecento.it Sito dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO). Patrimonio archivistico: Fondi istituzionali: Istituto italiano per il medio ed estremo Oriente - Ismeo (1933 - 1995) e Istituto italo-africano - IIA (1906 - 1995); fondi di persone: Giuseppe Tucci (1934-1978, fascc. 674); fondi fotografici e museali: Archivio fotografico della sezione africana e Raccolte museali dell'Istituto italo-africano.

www.el-ghibli.org

fondazionenigrizia.org

www.internetculturale.it Cataloghi e collezioni digitali delle biblioteche italiane

www.nigrizia.it

 

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pubblicato il 3 marzo 2015