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napoli, birmingham e il mare di mezzo

breve storia degli studi postcoloniali a napoli (finora)

Marta Cariello

Napoli 

1. percorsi e deviazioni

Per parlare della scuola di Napoli (perché di scuola si tratta, o si è trattato, come si chiarirà più avanti), bisogna prima di tutto guardare alla genealogia degli studi postcoloniali in sé. Tale genealogia non solo è fondamentale storicamente, ma anche concettualmente, nel merito e nel fulcro teorico degli studi postcoloniali: si tratta della teoria critica che affonda le radici negli studi culturali, e, in particolare per Napoli, nel Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham.

A partire dalla metà degli anni '60 iniziò infatti la liaison tra il Centro di Birmingham e l'Università Orientale di Napoli1 (ed è utile chiarire, a tal proposito, che a Napoli gli studi culturali prima, e postcoloniali poi, trovano sede e si sviluppano all'Orientale in modo pressoché esclusivo). Prima Lidia Curti, nel 1964-65, poi altre studiose, tra cui Marina Vitale e Adi Mineo, trascorsero in quegli anni periodi di studio e ricerca a Birmingham. A sua volta Stuart Hall fu ospitato per la prima volta all'Orientale poco prima del '68 e poi ancora diverse volte nei fertili e turbolenti anni '70.2 Ulteriore momento di svolta è costituito, poi, dall'approdo di Iain Chambers a Napoli prima, e poi all'Orientale, ormai più di 30 anni fa. Ancora, all'inizio degli anni '80 un ciclo di conferenze di Richard Johnson (tenutesi a Napoli e a Palermo) costituì la fonte del famoso saggio dal titolo "What Is Cultural Studies Anyway?".

Nel 1990, Homi Bhabha tenne un seminario all'Orientale. Qui inizia per la scuola di Napoli, da un punto di vista cronologico, il contatto con quella che si sarebbe delineata, sul piano teorico, come la "svolta postcoloniale" della teoria critica, a partire, appunto, dagli studi culturali. Seguì, nel 1993, la conferenza, tenuta sempre all'Orientale, dal titolo The Postcolonial Question. Common Skies, Divided Horizons, a seguito della quale, nel 1996, fu pubblicato il volume curato da Lidia Curti e Iain Chambers per Routledge con il medesimo titolo (tradotto in italiano e edito da Liguori l'anno successivo, con il titolo La questione postcoloniale. Cieli comuni, orizzonti divisi). Il volume contiene, tra gli altri, il saggio di Homi Bhabha "Unpacking My Library... Again" che, seppur stampato dopo il fondamentale Location of Culture di Bhabha, era stato dunque presentato e discusso dallo studioso già nel 1993 a Napoli.

Ancora, lo stesso volume include forse l'intervento più significativo per la svolta postcoloniale: "When Was the Postcolonial? Thinking at the limit" di Stuart Hall. Se fino quel momento, Hall aveva in un certo senso rifiutato il termine 'postcoloniale', in questo saggio, lo studioso rispose di fatto alle istanze critiche mosse, tra gli altri, da Arif Dirlik, Ella Shohat e Anne McClintock, che polemizzavano con il 'post' contenuto nel 'postcolonial'. Il 'pericolo' avvertito era quello che il prefisso 'post' corrispondesse a una considerazione erronea e irrealistica del contemporaneo come fase di conclusione del colonialismo, un'indicazione cronologica (e politica) del 'dopo' le colonie, e, ancora, una indistinzione (post-strutturalista) tra oppressi e oppressori che depotenziava ogni forma di resistenza. In "When was the Posctcolonial?" Hall replica con una riflessione teorica nodale, che mette sul tavolo il taglio epistemologico portato dal 'postcoloniale', in cui le linee di demarcazioni binarie sono riconosciute come non più valide, in cui il 'diasporico' riscrive effettivamente la dialettica centro/periferia; uno spostamento dell'asse critico che corre parallelamente al cambiamento nel cosiddetto 'oggetto di studio'.

'Oggetto' di studio e taglio epistemologico sono, di fatto, i due elementi che si riflettono anche nei percorsi della scuola di Napoli, soprattutto in area letteraria, che almeno fino a una decade fa costituiva l'ambito privilegiato all'Orientale. Il cosiddetto 'oggetto' di studio cambiava e irrompevano con urgenza le letterature provenienti da 'altrove', dai paesi anglofoni, e in generale le voci di scrittrici e scrittori della migrazione.3 La 'nuova' letteratura si affiancava, a sua volta, alla lettura in chiave postcoloniale del cosiddetto canone inglese. È in questo senso, quindi, che si assiste a un cambiamento nell'oggetto, cambiamento che corre tuttavia, come già sottolineato, parallelo e inseparabile rispetto a una rottura nello sguardo epistemologico. Di nuovo, da un punto di vista della didattica, l'anglistica all'Orientale 'consegnava' agli studenti, agli studiosi, un canone sempre e continuamente (già) messo in dubbio.

A partire da queste premesse, è evidente che gli studiosi più influenti per la scuola di Napoli sono stati Stuart Hall, Homi Bhabha, Edward Said, ma anche Paul Gilroy, Gayatri Spivak, Trin T. Min-Ha, e a partire da un certo momento anche Assia Djebar e Rey Chow. Lidia Curti, soprattutto per lo studio della letteratura attraverso la lente degli studi culturali e postcoloniali è un riferimento cardine, interno alla scuola di Napoli nonché, come già sottolineato, liaison fondamentale con Birmingham.

2. il mediterraneo postcoloniale

Dopo la 'svolta postcoloniale', va menzionata certamente quella che si può identificare come una seconda svolta, certo meno epocale ma molto importante: lo sviluppo in chiave postcoloniale degli studi sul Mediterraneo, arrivati con Iain Chambers e la pubblicazione del suo Mediterranean Crossings: The Politics of an Interrupted Modernity (Duke University Press, 2008). Il testo è stato pubblicato prima nella versione italiana da Raffaello Cortina Editore, nel 2007, con il titolo Le molte voci del Mediterraneo. Si tratta di una scelta, quella del titolo, operata dalla casa editrice e non dall'autore né dalla traduttrice, che appare molto significativa in termini di rifiuto del mondo intellettuale, editoriale e accademico dello stesso termine 'postcoloniale', che pure era, naturalmente, stato proposto dall'autore anche per la versione italiana. Con questo volume Chambers ha di fatto aperto uno squarcio critico e teorico sul Mediterraneo come mare postcoloniale, e allo stesso tempo ha proposto una poetica/critica del mare che lo stesso studioso ha chiamato in alcuni articoli "maritime criticism".4 E nel sottotitolo in inglese ("The Politics of an Interrupted Modernity") c'è proprio la chiave di quel taglio epistemologico cui si faceva riferimento più su: l'interruzione critica ed epistemologica delle narrazioni occidentali della modernità.

Dunque, i concetti che hanno maggiormente formato e informato gli studi postcoloniali a Napoli sono stati indubbiamente il "terzo spazio" di Bhabha (ma anche la sua "Nation and Narration"), la questione della voce della subalterna di Spivak, il "parlare d'appresso" di Trin Min-ha ("speaking nearby"), il Black Atlantic di Gilroy e, in un certo senso in continuità, la "Modernità interrotta" di Chambers, nel senso dello sguardo della critica postcoloniale "sull'altra sponda" della modernità, oltre che del Mediterraneo, del nerissimo Mediterraneo, materia e metafora della modernità stessa che, appunto, disvela la violenza epistemica del suo umanesimo occidentale.5

Vale la pena, infine, ritornare sulla definizione data all'inizio di questo breve excursus: all'utilizzo, cioè, del termine 'scuola' con riferimento agli intellettuali e accademici coinvolti nell'affermazione e nello sviluppo degli studi postcoloniali a Napoli. È importante sottolineare la scelta del termine 'scuola' poiché la didattica, a tutti i livelli, è sempre stata fondamentale e parte integrante della ricerca all'Orientale in questo senso, confluendo poi in occasioni più o meno formali di discussioni e lavori di gruppo. La circolazione delle idee è sempre passata attraverso la didattica 'di primo livello', i corsi universitari veri propri e, parallelamente, attraverso la ricerca dei singoli e dei gruppi. Tra questi due livelli, si può collocare il Dottorato di ricerca, che è stato luogo fondamentale per la discussione e lo sviluppo di idee, sguardi teorici, circolazione di testi (e discussioni anche accesissime all'interno di intensissimi seminari, luoghi e incroci di passioni e idee).

Attualmente, il dottorato all'Orientale, nella forma che ha avuto e con la specifica formula degli studi postcoloniali nel titolo, è 'in esaurimento', a seguito della riforma Gelmini. C'è un nuovo dottorato che comprende tantissime aree e settori e in cui, forse, si potrà ritagliare un posto chi vorrà studiare il postcoloniale. Ma, appunto, dal titolo del dottorato è scomparso il postcoloniale. E questo porta il discorso al punto conclusivo e forse più significativo per una riflessione sul futuro degli studi postcoloniali a Napoli e in Italia più in generale. Viene in mente di poter fare una sorta di gioco, che però (purtroppo) gioco non è: trovare il postcoloniale nascosto dietro ai nomi che l'accademia italiana ha imposto nel corso degli anni. Il Dottorato dell'Orientale si chiamava dapprima Letterature, Culture e Storie dei Paesi Anglofoni,6 poi Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono. Quest'ultimo ciclo è tuttora in fase di 'esaurimento', essendo, come già menzionato, confluito in un dottorato più ampio. Si possono poi rintracciare tutti i corsi in cui, 'sotto mentite spoglie', si insegnavano e si insegnano gli studi postcoloniali: Letteratura Inglese (per cui vanno ricordate certamente Lidia Curti, Jane Wilkinson, Marie Hélène Laforest, Mara De Chiara, Silvana Carotenuto), Storia, Cultura e Istituzioni dei Paesi di Lingua Inglese, Sociologia dei processi culturali (questi ultimi due tenuti negli anni da Iain Chambers), Antropologia (corso in cui Miguel Mellino molto meritoriamente include il taglio di studi culturali e postcoloniali). Chambers attualmente è titolare di un corso di Studi Culturali e Postcoloniali; qualche anno fa fu istituito un corso di Letteratura inglese postcoloniale (con brevissima vita, tenuto dall'autrice di questo articolo), e, ancora, Mellino insegna ora un corso di Studi Postcoloniali e Relazioni Interetniche. Michele Cometa, nel suo libro sugli Studi Culturali in Italia, parla di una "clandestinità" degli studi culturali nella scuola di Napoli (nel senso appunto delle denominazioni), almeno fino ad un certo momento. Lo stesso, sembra, si possa dire degli studi postcoloniali, anche se ora "i clandestini", "le ladre e i ladri nella notte", come dice Stuart Hall e come rievoca Lidia Curti in un suo recente ricordo di Hall stesso ("Performing History"), talvolta agiscono allo scoperto. Tuttavia, ci troviamo all'interno di un ingranaggio (il sistema universitario e accademico) che sta cambiando e che guarda all'etnicità, alle identità e identificazioni, alle migrazioni dalle ex- o neo-colonie, attraverso la lente quantitativa e statistica e ai confini attraverso il filtro della sicurezza, in un movimento di fortificazione dell'episteme occidentale. Sembra che il lavoro verso una critica del sistema sia imprescindibile dal lavoro di riconfigurazione, appunto, dell'episteme occidentale, attraverso la critica postcoloniale.

 

1. All'epoca Istituto Universitario Orientale.

2. Un'ottima ricostruzione dei contatti tra l'Orientale e il CCCS di Birmingham è contenuta nel DVD Sfida e passione. Dagli studi culturali agli studi delle donne (dedicato a Lidia Curti), 16-17 giugno 2006, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale".

3. Lo studio della letteratura ha sempre varcato, in questo senso, i 'confini' dell'anglofonia. Di recente, si registra anche attenzione all'italofonia, a partire dalle recenti ricerche di Lidia Curti, inseribili nella proposta più ampia di un discorso postcoloniale 'italiano'.

4. Si veda per esempio Iain Chambers, "Maritime Criticism".

5. Quest'ultimo concetto è alla base di un precedente testo di Iain Chambers, forse meno diffuso ma probabilmente ancora più fondamentale ovvero Culture After Humanism: History, Culture, Subjectivity (London & New York: Routledge, 2001; in italiano: Sulla soglia del mondo. Roma: Meltemi, 2003).

6. Il Dottorato di ricerca dell'Orientale ha origine in una prima fase in consorzio con l'Università La Sapienza di Roma, fase in cui coordinatore del dottorato è Agostino Lombardo.

 

riferimenti

Bhabha, Homi. The Location of Culture. London & New York: Routledge, 1994; I luoghi della cultura. Roma: Meltemi, 2001.

Chambers, Iain. "Maritime Criticism and Lessons from the Sea". Insights 3 (2010): 2-11.

Chambers, Iain. Culture After Humanism. New York & London: Routledge, 2001; Sulla soglia del mondo. Roma: Meltemi, 2003.

Chambers, Iain. Mediterranean Crossings: The Politics of an Interrupted Modernity. Duke University Press, 2008; Le molte voci del Mediterraneo. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2007.

Chow, Rey. Writing Diaspora: Tactics of Intervention in Contemporary Cultural Studies. Bloomington: Indiana University Press, 1993.

Cometa, Michele. Studi culturali. Napoli: Guida, 2010.

Curti, Lidia e Iain Chambers, a cura di. The Postcolonial Question: Common Skies, Divided Horizons. London & New York: Routledge, 1996; La questione postcoloniale. Napoli: Liguori, 1997.

Curti, Lidia. La voce dell'altra. Roma: Meltemi, 2006.

Curti, Lidia. "Performing History. Su Stuart Hall. Gli studi culturali accanto al vulcano". roots&routes 4 (2014). 

Djebar, Assia. Femmes d'Alger dans leur appartement. Paris: Editions des Femmes, 1980; Donne d'Algeri nei loro appartamenti. Firenze: Giunti, 1988.

Gilroy, Paul. The Black Atlantic: Modernity and Double Consciousness. London: Verso, 1993; The Black Atlantic. Tra modernità e doppia coscienza. Roma: Meltemi, 2003.

Johnson, Richard. "What is Cultural Studies Anyway?". Social Text 16 (1986/6): 38-80.

Said, Edward W. Culture and Imperialism. London & New York: Vintage, 1993; Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente. Roma: Gamberetti, 1995.

Said, Edward W. Orientalism. New York: Pantheon, 1978; Orientalismo. L'immagine europea dell'Oriente. Milano: Feltrinelli, 1999.

Spivak, Gayatri C. "Can the Subaltern Speak?". Marxism and the interpretation of Culture. A cura di Cary Nelson e Larry Grossberg. Chicago: University of Illinois Press, 1988.

Trinh T-Minh-ha. Woman, Native, Other: Writing Postcoloniality and Feminism. Bloomington: Indiana University Press, 1989.

 

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pubblicato il 19 gennaio 2015