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percorsi torinesi del postcoloniale anglofono

Pietro Deandrea

Giorgio MarincolaGiorgio Marincola
Museo della Resistenza, Sala Biellese 

1. gli inizi: dentro e fuori l’università

Tutto comincia alla fine degli anni '80 con una felice combinazione: l'inizio del mio personale percorso torinese coincide con l'istituzione della prima cattedra in Italia di "Letterature dei Paesi di Lingua Inglese", tenuta da Claudio Gorlier presso la Facoltà di Magistero.1 Per me studente, la novità viene affrontata con grande entusiasmo, ed interesse forse un po' 'esotico'.2 Non vorrei proiettare su altri questa mia visione naif, ma l'impressione è che, in parte, anche alcuni docenti conosciuti in quegli anni avessero questo tipo di approccio da 'scoperta di mondi altri', a scapito di un'elaborazione teorica un po' trascurata.3

Un percorso simile a quello di Gorlier viene portato avanti da Sergio Zoppi per la francofonia. Il centro di ricerca CNR da lui diretto a Torino (Centro per lo Studio delle Letterature e delle Culture delle Aree Emergenti) negli anni '80 e '90 propone una lunga serie di incontri con scrittori, e pubblicazioni di critica e di testi primari con l'editore Bulzoni: un vero laboratorio di progetti, con un approccio che unisce più aree linguistiche (cosa che spesso l'università italiana non è riuscita a fare, o non ha voluto fare).

Fuori dall'accademia, l'entusiasmo per la scoperta dell'altro si traduce (complice l'infaticabile Maria Antonietta Saracino) in una sorta di missione intellettuale: far conoscere questi libri, diffonderli, parlare coi librai e chiedere loro di esporli in vetrina, ecc. Un esempio concreto di quel "coinvolgimento dell'osservatore" descritto da Iain Chambers nel suo intervento in questo forum. Un desiderio di trasmissione che, negli anni seguenti, cerco di applicare nella mia attività traduttiva (Brink) e anche in ambito scolastico/didattico attraverso un'antologia di scrittori dal Sud del mondo per le scuole superiori (Alunni et al.).

Ma gli ambiti del postcoloniale torinese fuori dall'accademia non si esauriscono qui: voglio menzionare il secondo Salone del Libro (1989), con un'intera sezione dedicata all'editoria africana; il Festival Teatrale di Chieri (1992), che ospita le compagnie nigeriane di Ben Tomoloju e Bode Sowande; e le iniziative del Centro Piemontese di Studi Africani, che bandisce borse di ricerca decisive per le prime ricerche di neo-laureati.4

2. primi autori, primi teorici

I primi autori incontrati e le opere più influenti corrispondevano ai nomi fondanti di queste letterature: Chinua Achebe (importante per il discorso su colonizzazione e società native, in Things Fall Apart), Ayi Kwei Armah (che mi pare sempre emblematico di come il postcoloniale rappresenti forme del narrare 'altre'), Patrick White, Margaret Laurence, Alice Munro, Lewis Nkosi, Derek Walcott.

Nel campo della teoria postcoloniale, è stata importante l'influenza di testi come The Empire Writes Back, che ben rispondeva a un'ansia un po' enciclopedica di classificare e catalogare un insieme così vasto e vario di aree coloniali. Decisiva anche la presenza de I dannati della terra di Fanon e Decolonizing the Mind di Ngugi, che in un periodo di riflusso e in piena crisi di ideologie (eurocentricamente parlando) mettevano in primo piano l'alienazione profonda del soggetto colonizzato e, contemporaneamente, andavano incontro a un'urgenza di engagement nel nostro atteggiamento verso la realtà. Parlavano di colonizzati, ma forse anche di noi.

3. nodi concettuali

Attraverso questi autori, ci si concentrava su alcuni concetti ricorrenti:

-) La Storia con la S maiuscola, anzi la ControStoria, decentrata e oralizzata: rielaborava in prospettiva postcoloniale la crisi della Storia ufficiale operata dal Postmoderno, ma allo stesso tempo manteneva intatta una parte del fascino della 'grande narrazione'.
-) L'Ibridismo, attraverso il dibattito sull'idealizzazione della dimensione pre-coloniale come vicolo cieco, come altra faccia del colonialismo. Importanti, in questo senso, le polemiche di Wole Soyinka contro Negritudine e 'neo-tarzanismo'.
Un dibattito sviluppato anche attraverso la 'mimicry' di Homi Bhabha.
-) Oralità e englishes. L'idea della lingua inglese come moltiplicata, rinnovata e rivitalizzata da palinsesti linguistici non europei, che agiscono sottotraccia. Ciò mi riporta al discorso sulle prime opere, perché ricordo come una rivelazione The Voice di Gabriel Okara, il cui inglese ricalcato sulla lingua Ijaw incarnava all'eccesso ciò che Chantal Zabus definisce "the African palimpsest", e mostrava in maniera dirompente le potenzialità linguistiche delle letterature postcoloniali. Nello studio delle forme dell'oralità, un libro come Il testo e la voce di Alessandro Portelli ha fornito un modello teorico importante (oltre che rappresentare una potenzialità transdisciplinare con gli studi americani sfruttata troppo raramente). Nel ruolo dell'oralità convergevano le priorità di chi studiava la presenza della dimensione nativa,5 ma anche il recupero della voce d'impronta modernista, rintracciabile in poeti africani di prima generazione (Soyinka, Okigbo) o in autori come Patrick White e Wilson Harris.
-) Il concetto Saidiano di Traveling Theory (1983), di teoria localizzata e non applicata passivamente, considerata l'essenza della coscienza critica ("Traveling Theory" 241-2), che riprendo più avanti.

In questi quattro punti ricorre l'idea di 'decentering' – geografico, ma soprattutto concettuale – che ha permesso di gettare ponti con approcci critici come decostruzionismo, post-strutturalismo e studi culturali. A questo collegherei l'urgenza di 'de-naturalizzare'. Stuart Hall (che ha sempre riflettuto su concetti fondamentali per i nostri studi) mette l'accento su come diverse forme d'ideologia, ad esempio razzismo e sessismo, si basino su un processo di "autonaturalizzazione: esse nascondono il fatto di essere delle costruzioni storiche e simboliche, dando l'impressione di esser parte della natura" ("Insegnare la razza" 63). E così si torna all'importanza del primo concetto, della Storia: "Si deve mostrare che si tratta di processi sociali e storici, che non sono un destino" ("Insegnare la razza" 60).

4. i concetti e la pratica didattica

È estremamente difficile parlare di nodi concettuali senza riflettere sul loro uso nella didattica.6 Parlando di oralità, dovrei ricordare lo spassosissimo inglese caraibico plasmato da Samuel Selvon in The Lonely Londoners, sempre molto amato dagli studenti. Un testo fondamentale utilizzato nei miei corsi, per quanto di un'autrice non strettamente postcoloniale, è anche Cloud Nine di Caryl Churchill, dove l'identità sessuale e razziale degli attori non corrisponde a quella dei personaggi che questi interpretano – mettendo così a nudo quei meccanismi di "autonaturalizzazione" di cui parla Hall.

Nella sfera didattica questa pratica di de-naturalizzazione che gli studi postcoloniali dovrebbero operare non si è rivelata un processo di facile applicabilità: "Dobbiamo considerare questo problema: come creare un'atmosfera che renda possibile discutere apertamente e sinceramente di tali questioni [la razza], un'atmosfera in cui la vostra posizione possa emergere senza che le persone si sentano schiacciate dalla sua autorevolezza [...]?" Secondo Hall, a tal fine è importante che questa atmosfera permetta alle persone di dire cose impopolari, e che non finisca per presentare la realtà come divisa tra buoni e cattivi ("Insegnare la razza" 58, 68). Personalmente, ho trovato piuttosto difficile raggiungere questo obiettivo nei miei corsi all'università, dove il clima è sempre eccessivamente formale – mentre l'atmosfera si è spesso creata da sola, in un certo senso, nelle mie sporadiche lezioni all'Università della Terza Età, meno legata a vincoli formali.

5. l'impatto su metodi e pratiche

I concetti chiave discussi sopra hanno avuto delle implicazioni piuttosto evidenti.

Di fronte alla cosiddetta 'morte del romanzo', il metodo analitico si è fondato invece su una stretta relazione tra testo e contesto, con una forte presenza del secondo. In altre parole, la dimensione testuale come un qualcosa che emerge grazie a, e fa emergere, un referente concreto e significativo, esempio concreto della worldliness auspicata da Said (Culture and Imperialism 13). A volte forse la critica postcoloniale ha privilegiato il contesto in maniera eccessiva, marginalizzando l'aspetto più precipuamente letterario: mi è capitato di leggerlo recentemente in un testo della comparatista Paola Carmagnani, secondo cui i Cultural Studies e i Postcolonial Studies "tendono troppo spesso a leggere la letteratura come una generica espressione culturale, dimenticandone gli aspetti più propriamente formali" (8). Certo, si tratta di una generalizzazione che non può farmi (e farci) piacere – ma che forse, almeno in alcuni casi, coglie nel segno...

Questa forte presenza del contesto, del referente, e della Storia con la S maiuscola, si è rivelata fondamentale in un particolare ambito d'intervento – di nuovo, quello della didattica delle letterature postcoloniali. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che la cultura generale media degli studenti si sia, in questi ultimi anni, impoverita: insegnare letteratura con questo tipo di approccio, dunque, offre un contributo alla loro crescita. Il caso più emblematico che mi viene in mente riguarda un romanzo abbastanza recente, ma a mio avviso già imprescindibile per i nostri studi: Small Island di Andrea Levy. Attraverso trama e personaggi, l'opera presenta lo sviluppo di colonialismo ed educazione coloniale, ed il rapporto tra colonie e Seconda Guerra Mondiale nei contesti di Giamaica, India e Inghilterra, come fattori per approfondire la geografia dell'Impero Britannico e lo sviluppo della Black Britain: davvero una perfetta traduzione in fiction del concetto di Stuart Hall espresso sopra: "Si deve mostrare che si tratta di processi sociali e storici, che non sono un destino".

Se al concetto di Storia viene affiancato quello di denaturalizzazione, poi, la didattica del postcoloniale può offrire la possibilità di mettere in pratica quello che Stuart Hall auspica in un altro dei suoi saggi: la decodificazione del codice dominante ("Codificazione/decodificazione" 54-56), in una società come la nostra in cui l'educazione mette a disposizione sempre meno modelli alternativi. Ad esempio la politica razziale, ci ricorda Hall, non piove dal cielo: "ha implicazioni istituzionali" ("Insegnare la razza" 66).

Ma è sempre Small Island, con i suoi dialoghi rivelatori e una minuziosa (spesso comica) attenzione alle sfumature della lingua inglese, a ricordarci del pericolo espresso sopra da Carmagnani, della necessità di non trascurare l'aspetto linguistico e stilistico. In primo luogo, ciò rappresenta perfettamente una grande potenzialità delle letterature postcoloniali: lo stimolare riflessioni sulla lingua e sulle sue varietà,7 costruendo ponti con la disciplina Lingua Inglese (sempre più lontana da, quando non in aperta ostilità con, Letteratura Inglese).

6. lo sguardo postcoloniale e la Letteratura Inglese

In ambito disciplinare, l'approccio postcoloniale ha stimolato una certa lettura di opere non propriamente postcoloniali, vale a dire di autori che non provenivano in alcun modo dal mondo delle colonie, ma che erano certamente implicati nell'ideologia che le aveva prodotte e descritte. Ma questo aspetto dei postcolonial studies è ormai noto, grazie alle riletture del canone di critici come Said: è una risorsa di grande importanza, poiché dimostra la vitalità della disciplina in un ambito teorico che va oltre la produzione di testi primari. E, didatticamente, sta diventando sempre più importante in un periodo di contrazione di risorse, in cui riesce sempre più difficile dedicare interi corsi o interi moduli alla Letteratura Postcoloniale tout court, sempre più inserita all'interno di corsi di Letteratura Inglese.8 Nel campo della ricerca, ho cercato di appropriarmi di questo tipo di approccio nei miei lavori su William Beckford. Nel campo della didattica, coinvolgere gli studenti nel dibattito su Heart of Darkness tra anticolonialismo e filo-imperialismo si è sempre rivelato molto proficuo; lo stesso vale per la rilettura della Rime di Coleridge come testo sulla tratta atlantica.

Riprendendo da Said anche il concetto di Traveling Theory, un'altra importante lezione degli studi postcoloniali in ambito disciplinare è costituita dalla sua porosità, dal suo (innato?) impulso trans-disciplinare che offre infinite suggestioni di ricerca, e una serie costante di nuovi sviluppi. Come nota Annalisa Oboe nel suo intervento in questo sito, "una delle poche certezze degli studi postcoloniali è il sospetto critico nei confronti di qualsiasi schema classificatorio". Basti pensare al concetto di Black Atlantic o ai Diaspora Studies, che negli ultimi venti anni hanno scardinato i confini degli studi postcoloniali.

7. sviluppi presenti e futuri

A mio parere, quest'ultimo tratto distintivo ha una ricaduta inevitabile: sotto la pressione dei cambiamenti mondiali, degli studi sulla globalizzazione e dei diaspora studies, aumentano le pubblicazioni critiche che si interrogano sul futuro degli studi postcoloniali. Testi come Postcolonial Studies and Beyond di Ania Loomba et al (2005), o Rerouting the Postcolonial di Janet Wilson et al (2010), offrono una serie impressionante di suggestioni su come i nostri studi possano (e debbano) recepire i nuovi assetti della contemporaneità. E lo devono fare soprattutto perché, a detta di molti studiosi, il mondo non è mai stato così (neo) coloniale – ma è un coloniale che replica le solite strutture in nuove declinazioni, e il cui studio necessita quindi di rielaborazione costante.9 La domanda cruciale viene espressa dal primo testo appena menzionato: Loomba e gli altri curatori, nell'Introduzione al volume (13), si domandano

quali visioni del mondo postcoloniale possiamo offrire noi in quanto umanisti? Quali visioni che interroghino, forse persino disturbino, le forme di globalizzazione dettate oggi da politici, strateghi militari, capitani di finanza ed industria, predicatori e teologi fondamentalisti, terroristi del corpo e dello spirito – in breve, dai padroni del nostro universo contemporaneo? (trad. mia)

Forse, per rispondere alla domanda sul futuro degli studi postcoloniali, bisogna partire da qui. Le aree di possibile intervento che vado a menzionare condividono una volontà di ricerca di nodi che possano davvero porre l'accento sulle strutture coloniali del presente, la consapevolezza che in Europa "il colonialismo non è mai morto", come ha scritto Luciana Castellina alla vigilia delle ultime elezioni europee riferendosi a Kosovo, Ucraina e Mediterraneo.

La prima area di intervento è quella che riguarda i nuovi schiavi prodotti dalla globalizzazione, un tema su cui ho lavorato in questi ultimi anni (tormentando a ripetizione i miei colleghi dell'AISCLI). Un elemento di novità di questo ultimo ventennio, ma che certamente ha rapporti di continuità con il passato: ad esempio, con le nuove politiche migratorie profeticamente individuate da Stuart Hall già nel 1980, le quali ri-consideravano le comunità migranti insediate in Gran Bretagna come forza lavoro temporanea, e quindi più flessibile e sfruttabile ("Insegnare la razza" 64-65). E con il colonialismo tout court, come nota Étienne Balibar nell'affrontare la questione dei migranti in Europa:

proibire l'accesso alla sfera pubblica e al diritto alla libera espressione con le possibilità di lotta che queste offrono, confinare in ghetti e in alcuni casi in una sorta di 'underground', cercare di ostacolare l'espressione individuale e la socializzazione degli stranieri [...] esattamente come nei contesti coloniali, poiché ciò minaccerebbe le posizioni dominanti e le possibilità di sfruttamento offerte dall'assenza di diritti. (42, trad. mia dall'inglese)

Questo discorso vale forse anche per la seconda area che voglio menzionare, quella degli studi sulla cultura e letteratura Rom e Sinti, con cui sono recentemente venuto in contatto grazie a un romanzo indimenticabile come Figli dell'arcobaleno di Moris Farhi.10

Infine, la produzione letteraria e culturale legata alla cosiddetta War on Terror può fornire aree di intervento comune molto proficue; recentemente, ho lavorato sulle poesie di Talha Ahsan, cittadino britannico incarcerato negli Stati Uniti con l'accusa di terrorismo.

In queste tre tematiche ritorna la domanda posta sopra da Ania Loomba. Ritorna ancora l'idea di Said11 di umanesimo come "critique", capace di scavare nei silenzi e di far luce sui luoghi di esclusione e invisibilità (Humanism and Democratic Criticism 47, 81). E ritorna l'affermazione di Spivak che vede nella questione della subaltern consciousness il "beyond of postcolonial discourse" (235).12 Ed è necessario sgombrare il campo da ogni tentazione di immaginare queste categorie (nuovi schiavi, rom, 'terroristi') come marginali, eccezionali. Anche in questo caso, Balibar è molto acuto nel vedere queste manifestazioni come una generale regressione della cittadinanza verso una struttura puramente formale, segno di una crescente vulnerabilità di tutti i lavoratori (41) – l'ennesima dimostrazione dell'urgenza degli studi postcoloniali.


Post scriptum
. Uno degli schemi da cui gli studi postcoloniali dovrebbero sempre cercare di uscire è costituito, ovviamente, dai recinti dell'accademia. Vedere oltre l'autoreferenzialità del sapere accademico, come Oboe ricorda in questo sito citando Gramsci, al fine di scovare le tante forme di postcoloniale inconsapevoli, invisibili.13 Nell'estate del 2013 ho casualmente scoperto il Museo della Resistenza di Sala Biellese, un piccolo paese della serra morenica dove la lotta antifascista era riuscita ad instaurare una 'repubblica' partigiana. Nel paese, uno dei pannelli esplicativi di questo museo racconta la storia di Giorgio Marincola (cf. immagine), la cui vicenda è narrata anche in un recente testo, Timira – romanzo già diventato molto importante per gli studi postcoloniali in Italia. Pur avendo dato voce a Giorgio Marincola in prima persona, i curatori del museo non erano a conoscenza dell'esistenza di questo libro – ma la mia impressione è che molti lettori di questo testo non conoscano la storia e il museo di Sala Biellese, e le sue inaspettate presenze postcoloniali.

 

1. Ricordo con grande piacere le lezioni di due scrittori ospiti dei corsi di Gorlier: Chaman Nahal e Nuruddin Farah.

2. Uso qui la categoria di Armando Gnisci sugli inizi della letteratura della migrazione in Italia che, nel corso degli anni, passa dalla fase "esotica" a quella "carsica" (3).

3. Durante la nostra giornata di studi "Il postcoloniale nell'anglistica italiana", un'analoga iniziale attenzione verso autori e temi (più che per specifiche elaborazioni teoriche) è stata ricordata riguardo alle Università di Palermo (da Alessandra Di Maio), Bologna (Silvia Albertazzi) e Venezia (Shaul Bassi). La presenza determinante di una vera e propria 'scuola' è stata invece messa in evidenza riguardo a Napoli da Marta Cariello, che ha ricordato l'influenza dei Cultural Studies e dei Women's Studies attraverso Iain Chambers e Lidia Curti.

4. Anche da questi eventi si sviluppa la mia personalissima predilezione per la letteratura postcoloniale africana, evidente in questo mio intervento.

5. Più tardi, l'importanza di questo concetto confluirà nei miei lavori di critica e traduzione di un autore fortemente Yorubanglish come Niyi Osundare.

6. Come ben espresso da Davide Zoletto nel suo intervento in questo sito, c'è un rapporto ineludibile tra ricerca pedagogica e riflessione teorica postcoloniale.

7. D'altro canto, durante la nostra giornata di studi Simona Bertacco ha giustamente ricordato come gli studi postcoloniali dell'anglistica italiana, partendo dallo studio di una lingua e cultura straniera, abbiano dato grande rilievo all'analisi testuale, se paragonati all'approccio più "idea-driven" dell'accademia statunitense.

8. E da questa disgrazia nazionale non si è potuta salvare neanche la Facoltà di Lingue di Torino, pur essendo guidata per molti anni da un irriducibile postcolonialista come Paolo Bertinetti (indubbiamente colui che ha proseguito l'opera di Claudio Gorlier).

9. Recentemente ho letto, per un esame finale di dottorato, la tesi di Lorenzo Mari (vincitore dell'AISCLI Postgraduate Essay Prize nel 2011), che prende in esame la narrativa più recente di Nuruddin Farah in maniera estremamente articolata: in un contesto dominato da guerra civile, diaspora e nuovo 'ordine mondiale', i testi di Farah e i loro modelli di riferimento sono esaminati, più che dalla prospettiva postcoloniale 'ortodossa' di una rielaborazione del canone imperiale, attraverso le lenti della Letteratura-mondo. Forse non è un caso che un altro recente prodotto della 'scuola di Bologna', il manuale di Silvia Albertazzi La letteratura postcoloniale (2013) rechi come sottotitolo Dall'impero alla world literature. In questo stesso volume, Francesco Cattani afferma che "la Black Britain appare ormai come una stagione finita" (174): una tesi che sa di provocazione, ma una provocazione a mio avviso necessaria.

10. A questo proposito, si vedano anche i testi pubblicati dalla casa editrice inglese Five Leaves.

11. Ricordataci da Patrick Williams al convegno AISCLI 2013 di Roma.

12. L'idea di scrivere e leggere "pericolosamente" (come ricordato qui da Oboe in riferimento a Camus e Danticat) è legata a filo doppio con la pratica degli studi postcoloniali. Ed è per questo motivo che mi trovo completamente d'accordo con la chiusa dell'intervento di Roberto Beneduce, secondo cui un'antropologia postcoloniale deve "rimanere nelle zone oscure del mondo [...] là dove essere di parte è urgente".

13. Non a caso il progetto di ricerca cui fa capo postcolonialitalia.it si prefigge di costituire un "network di ricerche interdisciplinari".


riferimenti

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pubblicato il 12 gennaio 2015